LAVORO E POLITICA/ Così il nuovo Governo può aiutare i giovani

In Italia ci sono misure per cercare di aiutare l’occupazione giovanile, ma non bastano. Il nuovo Governo dovrà cercare di ridurre il cuneo fiscale. GABRIELE FAVA

21.05.2018 - Gabriele Fava
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Mentre il Paese attende impaziente di sapere chi si insedierà a palazzo Chigi, l’impasse istituzionale determinata dalla (non) presenza di un Governo che prenda in carico il “disbrigo di questioni (non) correnti”, non lascia certamente ampi margini di azione tesi a risollevare il mercato del lavoro in Italia. Del resto che il lavoro e la sua carenza siano un fenomeno ormai sedimentato nell’odierno contesto sociale del Paese non rappresenta certo una novità. Nonostante i lievi segnali di miglioramento registrati nell’ultimo periodo, il tasso di occupazione in Italia si aggira intorno al 58%. Porzione in cui rientrano peraltro ancora troppi pochi giovani.

Per sostenerne la crescita occupazionale, la Legge di bilancio 2018 ha previsto sgravi contributivi pari al 50% (entro il tetto massimo di 3.000 euro annui) in favore di datori di lavoro che assumono nel 2018 giovani con meno di 35 anni (dal 2019, il limite scende a 30 anni). Altro importante incentivo riguarda il bonus occupazione Neet (acronimo inglese per Not [engaged in] Education, Employment or Training). Un incentivo contributivo previdenziale pari a fino a 8.060 euro all’anno riconosciuto ai datori di che assumono giovani aderenti al Programma Garanzia Giovani.

Tali agevolazioni, seppur utili ai fini di una buona occupazione, sembrano tuttavia non essere ancora sufficienti per rilanciare in maniera più marcata l’occupazione. Per di più, le tanto attese politiche attive del lavoro, disposte nel D.Lgs. 150/2015, che hanno la finalità di sostenere l’inserimento nel mercato del lavoro attraverso percorsi di formazione e acquisizione di competenze che rispecchino le reali esigenze dei cicli produttivi, prendono piede a rilento.

Ma non basta. Servono interventi strutturali che favoriscano l’assunzione di lavoratori come la detassazione, le misure di conciliazione tra vita e lavoro, i piani di welfare contrattate a livello aziendale e, soprattutto, le misure che hanno l’obiettivo di ridurre il costo del lavoro a carico dei datori di lavoro.

Proprio sul punto, è oramai risaputo che il costo del lavoro nel Paese non è dei più amabili (e amati) rispetto agli altri Stati. Del resto, lo ha confermato anche l’Ocse nel Taxing Wages 2018, in cui ha stilato la misura delle imposte sul lavoro applicate in ciascun Paese membro. Il cuneo fiscale in Italia è risultato del 47,7% a fronte di una media europea del 35,9%. Uno dei più alti dopo solo Belgio e Germania. In sostanza, per ciascun lavoratore, un datore di lavoro in Italia sostiene in media un costo superiore del 10% rispetto agli altri paesi.

Ad aggravare la situazione, inoltre, lungi dai processi di informatizzazione che caratterizzano le infrastrutture dei paesi europei, l’eccessiva burocratizzazione, e la sua conseguente lentezza, continuano a essere un peso che attanaglia gli imprenditori in Italia. Tutte circostanze che non costituiscono un incentivo per un’impresa a operare nel nostro Paese. Cionondimeno, in assenza di un Governo che indirizzi il Paese ad allinearsi con gli standard degli altri Stati, le necessarie modifiche strutturali che rendano invitante il Paese agli occhi degli imprenditori non sembrano prossime ad attuazione.

Quindi, per favorire l’occupazione dei giovani, anche attraverso l’abbassamento del costo del lavoro, si ritengono necessari interventi di un Governo che, nelle pienezza dei suoi poteri, dia impulso a politiche del lavoro ulteriori rispetto a quanto finora attuato.

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