CENTRI PER L’IMPIEGO/ Più soldi non bastano a far trovare lavoro

- Gabriele Fava

Dopo oltre vent’anni dall’istituzione, i Centri per l’impiego mostrano di non funzionare bene. Dar loro più risorse non basta certo a migliorare i servizi, spiega GABRIELE FAVA

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Luigi Di Maio (Lapresse)

Dopo oltre vent’anni dall’istituzione dei Centri per l’impiego (Cpi), è, ormai, di palmare evidenza come il sistema di collocamento pubblico non riesca a decollare, continuando a far registrare dati assolutamente insoddisfacenti. A oggi, infatti, sono presenti su tutto il territorio italiano circa 500 Cpi, per un totale di circa 9 mila impiegati pubblici ivi impiegati. Nonostante ciò, però, solo il 3,5% della forza lavoro del Paese dichiara di aver trovato un impiego grazie ai servizi resi dai Centri per l’impiego. I lavoratori che, invece, hanno trovato impiego grazie all’intervento delle Agenzie per il lavoro (Apl) private sono il 6% del totale, quasi il doppio del risultato ottenuto dai centri pubblici.

In chiave comparatistica, prendendo visione dei dati riferiti al sistema pubblico di collocamento all’estero, si può facilmente appurare come, ad esempio, in Francia la percentuale cresca sino al 6,7% e in Gran Bretagna ci si attesti attorno al 7,8%. La Germania registra risultati tre volte maggiori rispetto al nostro Paese (il 10,5%), mentre i due Paesi apripista a riguardo, Svezia e Finlandia, registrano addirittura percentuali rispettivamente del 13,2% e del 15,4%.

In Italia, d’altronde, contribuisce al mancato decollo dei Centri per l’impiego non solo il basso tasso di investimenti pubblici nel sistema di collocamento (appena lo 0,03% del Pil), ma anche, e soprattutto, il fatto che la maggior parte delle ricerche di nuovi impieghi nel nostro Paese venga realizzata attraverso la cosiddetta “rete di relazioni”; un fattore socio-economico quest’ultimo, che va tenuto decisamente in considerazione al fine di comprendere appieno le problematiche connesse al sistema di collocamento.

A complicare il quadro del sistema di collocamento pubblico, poi, hanno contribuito i recenti interventi normativi a riguardo. Se, infatti, l’abolizione delle Provincie ha creato problematiche connesse al riassorbimento del personale dipendente dei Cpi (che sono, infatti, organizzati dalle Regioni su base provinciale), la creazione a opera del precedente Governo dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal) con competenza nazionale in tema di politiche attive, ha significato un ulteriore elemento che ha contribuito a generare una estrema difficoltà di coordinamento tra i diversi attori in campo, per di più all’interno di competenze in parte statali, in parte regionali.

Nell’approcciare le tematiche connesse alla modernizzazione del sistema italiano di collocamento pubblico, è necessario convincersi del fatto che maggiori investimenti pubblici non comportano automaticamente un aumento della percentuale di penetrazione dei Cpi nel mondo del lavoro. I sistemi, altamente efficienti, dei maggiori partner europei, infatti, si presentano come una rete capillare e altamente tecnologizzata, dalla quale la persona alla ricerca di un nuovo impiego riesce a ricevere informazioni dettagliate e costantemente aggiornate sulle opportunità in atto tramite l’incrocio dei dati provenienti da più banche dati.

Altro elemento che contribuisce ad aumentare significativamente il divario tra le best practices europee e il sistema italiano è che all’estero sono da tempo in campo numerosissimi strumenti di politiche attive per il lavoro, a oggi ancora assenti nel nostro Paese. In ultima analisi, quindi, così come sono strutturati, i Cpi rappresentano un fattore di spreco di denaro pubblico e, piuttosto che essere mantenuti, potrebbero ragionevolmente essere eliminati. Aumentare il finanziamento pubblico in percentuale senza intervenire sul sistema con una sapiente riorganizzazione e l’implementazione di strumenti di politiche attive significherebbe unicamente continuare a sperperare maggiori risorse pubbliche senza raggiungere alcun tipo di risultato virtuoso.



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