DECRETO DIGNITÀ/ La finta battaglia alla precarietà che blocca il lavoro

Il mercato del lavoro in Italia è caratterizzato da tre criticità. Il Decreto dignità non ne affronta nessuna e peggiora la situazione, spiega MASSIMO FERLINI

07.07.2018 - Massimo Ferlini
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Perché un contratto di 24 mesi è meno precario di uno di 36? Ecco una domanda realistica che emerge dal leggere i primi provvedimenti sul lavoro presentato dal nuovo governo. Infatti, i provvedimenti presi per riformare i contratti a tempo determinato danno l’impressione di rispondere a un’idea del lavoro che non corrisponde alla realtà vissuta da chi il mercato del lavoro lo frequenta davvero. C’è da chiedersi allora da dove viene questa forte corrente ideologica (nel senso di falsa coscienza che porta a vedere la realtà con lenti deformate) che ritiene la crescita dell’occupazione, in corso ormai da 24 mesi, non un dato positivo, ma un’affermazione di lavori non rispondenti a ciò che sarebbe necessario.

Cerchiamo di rimanere legati ai fatti più eclatanti. In Italia abbiamo, con riferimento al mercato del lavoro, tre dati strutturali negativi. I giovani hanno difficoltà a entrare nel mercato del lavoro e la disoccupazione giovanile risulta enormemente alta dalla fine degli anni ’70 (guardare le serie storiche per chi non ci crede). Il tasso di occupazione femminile rimane basso. Solo due regioni (Lombardia ed Emilia Romagna) hanno tassi vicini alla media europea ed è un dato sensibile agli andamenti dell’economia. Nasconde molte attività non regolari, ma ciò attiene al reddito reale delle famiglie. Come lavoro ufficiale non esiste con tutte le distorsioni che ciò produce. Terza caratteristica strutturale negativa è il divario territoriale nord-sud. I tassi di occupazione sono molto diversi, la disoccupazione e la sotto-occupazione sono endemici nel meridione e comportano, come per l’occupazione femminile, distorsioni nel mercato del lavoro, nei sistemi di garanzia sociale e nell’assistenza.

Per rispondere alle problematiche poste da questi blocchi strutturali, nel corso degli ultimi decenni, si sono sommati interventi legislativi caratterizzati dal definire contratti temporanei ad hoc che, attraverso vantaggi economici o fiscali, facilitassero l’assunzione del target svantaggiato volta per volta considerato. All’avvento della crisi del 2008 ci si trovava così con un mercato del lavoro diviso fra chi godeva di tutte le tutele e una parte, crescente, di giovani, donne e meridionali, che accedevano solo attraverso contratti temporanei e con tutele limitate. Un mercato ingiusto e per di più bloccato. La richiesta, raccolta dal Jobs Act, di passare a un mercato più aperto e che assicurasse fluidità passava perciò per un elemento di giustizia che era estendere a tutti un contratto di lavoro con parità di diritti e tutele. Contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti e tempo determinato, con medesime tutele, nascono da lì, dalla volontà di ricreare un sistema unico di diritti contro un dualismo che penalizzava i più deboli.

Non è riuscito tutto al meglio. Ovvio. In primo luogo la ripresa economica e della produttività, determinanti per creare più occupazione, avvengono ancora a una velocità che non permette di avere più posti di lavoro e più lavoro certo e stabile. Le riforme tese a facilitare il rapporto scuola-lavoro, alternanza e sistema duale con nuovo apprendistato, sono in essere da pochi anni, e per produrre grandi numeri, occorre ancora tempo e un impegno esteso a tutte le regioni.

Si è riusciti a prosciugare l’insieme di contratti che formano la base di quello che viene definito lavoro precario? Certamente no, ma cerchiamo di vedere cosa lo compone, altrimenti si mischiano situazioni diverse. Tralasciamo quelle parti di lavoro che – perché in nero o attraverso forme illegali di contratti cooperativi o di associazione – attuano inserimenti lavorativi confinanti con lo schiavismo. Contro questi moderni trafficanti di schiavi occorre aumentare gli interventi penali repressivi.

Vi sono però decine di migliaia di stages e tirocini, inserimenti lavorativi che non sono contratti di lavoro, che perché reiterati, perché mascherati, perché permessi da nome regionali lassiste, e per assenza di controlli, intrappolano ancora molte persone fuori da tutele sia salariali che nei diritti. Invece di intervenire su tutto ciò, il decreto governativo ritiene che sia prioritario operare sui contratti a tempo determinato con soluzioni contraddittorie fra di loro – diminuzione di durata, inserimento di clausola giustificativa e aumento del costo -, che rischiano solo di riportare a incertezza contrattuale e a contenziosi una parte del mercato del lavoro che era stata “unificata”. Parte di questi contratti rispondono a effettivi fabbisogni temporanei delle imprese e solo una minima parte (risultato di analisi statistiche sui contratti in essere) si può ritenere aggiramento della stabilizzazione contrattuale. Il tempo determinato rappresenta nelle economie avanzate una quota percentuale fra il 14% e il 18% dell’occupazione. Lavoratori che vanno tutelati, a cui fornire ottimi servizi di ricollocazione e sostegno al reddito, ma certamente non occupabili per decreto.

Si è poi pensato bene di coinvolgere in tanta confusione anche il settore del lavoro somministrato, considerandolo base di precarietà e negatività lavorativa. Il combinato disposto delle norme cambiate è esattamente l’opposto del desiderato. La somministrazione opera anche come impresa che fornisce lavoro a tempo indeterminato. Quando opera gestendo in modo completo parti del processo produttivo di un’impresa diventa essa stessa datore di lavoro con tempi indeterminati contratti a tempo determinato a seconda del ciclo produttivo. Cancellare questa possibilità di staff leasing cancella posti di lavoro veri e non crea nessuna mobilità verso lavori più stabili, ma verso la disoccupazione.

Il tutto, assieme alle norme sulla delocalizzazione delle imprese, comunica al mondo che l’Italia torna a essere un mercato anomalo, immobile e con un nuovo dualismo. Il contrario di quanto serve per attivare nuovi investimenti e favorire la crescita economica.

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