RIFORMA PENSIONI/ Lega-M5s, i tagli che smontano Quota 100 e Quota 41

Con Quota 100 e Quota 41 il Governo vuol varare una riforma delle pensioni che riconosca un principio che viene poi penalizzato dal taglio degli assegni d’oro. GIULIANO CAZZOLA

14.08.2018 - Giuliano Cazzola
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Da alcuni anni è in voga nel Bel Paese una variante della caccia alla volpe. Le differenze sono tante e sostanziali. Nel Regno Unito è uno sport praticato dagli aristocratici; da noi, dai plebei. Lassù, il povero felino ci lascia la pelle, in malo modo, sbranato da una muta di cani dopo una fuga disperata e una lotta del tutto impari. Da noi la caccia, ancorché spietata e crudele, per ora è incruenta. Le vittime vengono soltanto messe alla gogna, indicate al biasimo delle masse che frequentano i social, beffeggiate nei talk show, guardate di traverso dai vicini di casa. Al posto dei cani vi sono mute di giornalisti rabbiosi (talvolta eunuchi), di disoccupati approdati in Parlamento, per una beffa che il destino ha voluto fare all’Italia, il tutto nell’ambito di un’opinione pubblica sobillata da rancore e invidia sociale. Chi sono le vittime, a cui si dà la caccia senza alcun pudore e rispetto per la verità dei fatti, mettendo in moto campagne implacabili alle quali è impossibile resistere? 

Nella fase più recente si è data la caccia agli ex parlamentari e ai loro vitalizi, fino a chiudere l’operazione a metà, con una delibera della Camera che dispone il “ricalcolo” col metodo contributivo dei vitalizi in tutto o in parte vigenti. Il Senato ha preso tempo e dovrà adottare una linea di condotta, dopo il parere cerchiobottista del Consiglio di Stato. Di tale operazione abbiamo avuto modo di scrivere. È sufficiente allora ribadire – sul piano tecnico-giuridico prima ancora che su quello politico – i motivi di un giudizio estremamente critico. Col pretesto di trattare gli ex parlamentari (in quali avevano, per loro conto, già deciso dal 2012 il superamento pro rata del regime dei vitalizi) come tutti gli altri cittadini si è creato per loro una disciplina speciale improntata a un montante contributivo ricostruito a tavolino e quindi completamente virtuale, a una correzione in senso retroattivo di diritti soggettivi perfetti e all’applicazione di un calcolo contributivo che gli italiani hanno conosciuto soltanto a partire dal 1996. 

Pertanto, le prime pensioni totalmente contributive (a parte qualche scampolo non significativo) vi saranno a decorrere dal 2035, mentre l’intero sistema sarà formato solo da pensioni contributive a partire dal 2060. Non si potrà dire, così, che l’infame classe politica, esibita sulla carretta che la conduce alla ghigliottina, non abbia svolto, in questa discutibile operazione, un ruolo di avanguardia. Non abbia dato l’esempio. Comunque, la fatwa dell’ayatollah Roberto Fico ha placato gli “animal spirits” del popolo dei social e spostato la voglia di sangue delle mute canine su di un obiettivo ancora più succulento: le cosiddette pensioni d’oro. 

Per una qualche ragione misteriosa percepire una pensione elevata (il grado di caratura è ballerino nell’importo e soprattutto se al netto o al lordo) è diventato, secondo l’etica populista, una cosa estremamente disdicevole di per sé, appena un gradino al di sotto dello stupro di minorenni. Chi si azzarda, tra i “paperoni” della quiescenza dorata, a fare qualche obiezione, viene zittito con la minaccia di rendere noto (a spanne) sulla rete quanto percepisce dall’Inps. Esibire il cedolino dell’assegno è diventato pericoloso come mostrare il pene circonciso al tempo delle leggi razziali. A chi percepisce un trattamento pari o superiore a 5mila (poi ridotti a 4mila) euro mensili netti sono stati rivolti pubblicamente epiteti ingiuriosi (parassita, ladro, profittatore, privilegiato e quant’altro). C’era però un’uscita di sicurezza: il corrispettivo dei contributi versati “faceva tana” per tutti. E per mesi questo rapporto tra versamenti effettuati e pensione percepita è stato giudicato il sommo parametro della giustizia, la cartina di tornasole dell’equità, il passepartout che poteva salvare il pensionato d’oro dall’onta e dall’ira del popolo. 

Il criterio era solennemente ribadito a pag. 48 del contratto di governo giallo-blu: “Per una maggiore equità sociale riteniamo altresì necessario un intervento finalizzato al taglio delle cd. pensioni d’oro (superiori ai 5.000,00 euro netti mensili) non giustificate dai contributi versati”. A nulla era valso ricordare che poco meno del 96% delle pensioni vigenti è stato liquidato in tutto o in larga misura col calcolo retributivo e che, nei criteri, era già previsto un correttore al ribasso del rendimento dei versamenti e quindi delle pensioni più elevate. La spada della giustizia doveva calare sui privilegi; e percepire una pensione elevata era di per sé un intollerabile abuso. Non si erano mai viste delle riforme retroattive e neppure che quanto era perfettamente legittimo da decenni, divenisse all’improvviso talmente contrario a un’etica di Stato, da dover essere modificato con criteri virtuali e inventati. Ma gli interessati si erano rassegnati a sottoporsi al ricalcolo, contando sulla salvaguardia dei contributi versati. 

All’improvviso, nella calura agostana, è arrivato il contrordine, col progetto di legge (AC 1071) a firma dei due capigruppo alla Camera (D’Uva per il M5S e Molinari per la Lega). Le pensioni d’oro (pari o superiori a 80mila euro lordi l’anno come cumulo complessivo di tutti gli assegni percepiti: un ammontare che poi diventa pari a 4-5mila euro netti mensili), sia quelle in essere, sia quelle erogate dal 1° gennaio 2019, non saranno più ricalcolate col metodo contributivo, ma verranno penalizzate in relazione all’età in cui il soggetto è andato in quiescenza, messa a confronto con quella, vigente all’atto del pensionamento, dell’età di vecchiaia. L’importo è corrispondente al rapporto tra i coefficienti di trasformazione previsti per le due età anagrafiche. Del ricalcolo secondo i contributi versati, non vi è più traccia. 

A questo punto, una persona in buona fede è legittimato a porsi delle domande: una in particolare. Ma come? Sono anni che si accusa Elsa Fornero di aver aumentato a dismisura l’età del pensionamento, che si esibisce ovunque il sacrosanto diritto di chi ha lavorato 41 anni di andarsene in quiescenza, a prescindere all’età anagrafica. In questa direzione sono rivolte le misure fondamentali (quota 100 o quota 41) della controriforma annunciata nel contratto di governo. Ma alla fine si scopre che se il soggetto è candidato a incassare un trattamento (discutibilmente ritenuto dorato) è meglio che aspetti l’età di vecchiaia, altrimenti glielo tagliano. Per quanto poi riguarda il passato, la Lega ha sempre difeso a oltranza le pensioni di anzianità, fino a far cadere due governi Berlusconi (direttamente nel 1994, indirettamente nel 2011). Adesso – sia pure limitatamente alle più elevate – si prende la briga di ripristinare retroattivamente quei tagli che a suo tempo contrastò con successo, costi quello che costi. 

Se poi osserviamo le strategie di politica previdenziale di questo Governo, ci accorgiamo di una grave sindrome schizofrenica. Il meccanismo di pensionamento anticipato che viene penalizzato per il passato e il futuro è il medesimo che sarà alla base della controriforma, la quale punta ad agevolare il più possibile il trattamento di anzianità. Un ultimo inquietante particolare. La Lega, in maggioranza e al governo con Silvio Berlusconi nella XVI legislatura, concorse a varare un provvedimento che autorizzava le pubbliche amministrazioni a mandare in quiescenza forzata il personale che aveva maturato i requisiti per il trattamento di anzianità. Molti, anche dirigenti o qualifiche elevate, ci andarono di malavoglia a un’età quasi sempre inferiore a quella prevista per la vecchiaia. Ora, anni dopo, costoro sarebbero penalizzati per una scelta che fu loro imposta. 

Bel colpo. Continuiamo pure a farci del male. 

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