GIOVANI E LAVORO/ Stage, la manovra da evitare dopo il Decreto dignità

Studi anche recenti mostrano l’utilità dello stage per l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Questo strumento va dunque tutelato. GIANCAMILLO PALMERINI

22.08.2018 - Giancamillo Palmerini
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Lapresse

Il tirocinio curriculare, più comunemente chiamato “alla francese” stage, è, o almeno dovrebbe essere, un periodo di formazione presso un’azienda o un ente che permette di creare momenti di alternanza tra studio e lavoro nell’ambito dei processi formativi, offrendo allo studente un’esperienza diretta del mondo del lavoro e dell’impresa.

Questi percorsi sono rivolti, nello specifico, a studenti iscritti a corsi di laurea, master e dottorato di ricerca, sono inclusi nei piani di studio e si svolgono all’interno del periodo di frequenza del corso, anche se non direttamente in funzione del riconoscimento di crediti formativi universitari. Sono, inoltre, curriculari anche i tirocini finalizzati all’elaborazione, e scrittura, delle tesi di laurea.

Dal punto di vista della regolamentazione, questi tirocini sono disciplinati, anche per quanto riguarda la durata, dalla normativa interna dei singoli Atenei (nello specifico dai regolamenti universitari), nel rispetto di quella nazionale di riferimento a partire dal cosiddetto “Pacchetto Treu” del 1997.

Molti studi, anche di recente pubblicazione, riconoscono come questi siano, a oggi, uno dei più utili, ed efficaci, strumenti per il primo inserimento dei giovani nel nostro mercato del lavoro. Si riconosce così un valore positivo alla collaborazione tra i diversi atenei e i rispettivi tessuti produttivi, anche se molto più si potrebbe ancora fare se si pensa, ad esempio, alle possibilità, ancora inespresse, in termine di canale di placement dell’apprendistato duale cosiddetto di “terzo livello”.

In tempi di approvazione del Decreto dignità viene, tuttavia, da chiedersi se questo strumento fondamentalmente formativo rischi, ora più che in passato, di essere usato, a partire dai prossimi mesi, in maniera impropria al fine di eludere la nuova normativa, oggettivamente restrittiva, in materia di contratto a termine. L’auspicio, come sempre in questi casi, è che questo non accada nell’interesse primario delle giovani generazioni, che oltre che senza lavoro rischiano di trovarsi, come ci raccontava un cantautore bolognese che ci ha lasciato solo pochi giorni fa, in un mondo in cui sono disoccupate, anche, le strade dei sogni e delle speranze.

Questo presuppone, però, un impegno serio, convinto e responsabile di tutte le parti coinvolte e delle classi dirigenti, non solo della politica, del nostro Paese a partire dal mondo delle imprese e di quello delle università. È tempo, infatti, che le dichiarazioni di principio sulla necessità di puntare su percorsi formativi di qualità, progettati tenendo insieme il più possibile i bisogni del mercato e le competenze, e i talenti, dei giovani, diventino realtà.

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