FCA E LAVORO/ La sfida e gli investimenti per evitare i tagli di Ford

Mentre si parla della cassa integrazione, Ford attraversa un periodo di crisi che mette a rischio posti di lavoro. Un destino da scongiurare per i dipendenti di Fca. GIUSEPPE SABELLA

28.09.2018 - Giuseppe Sabella
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Stabilimento Rca di Melfi (LaPresse)

Tra le novità che ha introdotto nel settembre 2015, il Jobs Act ha riformato in modo organico gli ammortizzatori sociali, prevedendo anche nuovi meccanismi per la cassa integrazione. È stato infatti fissato un tetto massimo di 24 mesi (o 36) in un quinquennio mobile, cosa che vede appunto in questi giorni chiudere il paracadute per circa 180.000 lavoratori, di cui 140.000 metalmeccanici. Ecco perché la mobilitazione e il presidio di Fim, Fiom e Uilm in particolare sotto il Mise in questi giorni.

La vicenda è ormai sulle prime pagine di tutti i giornali e telegiornali, ma c’è un aspetto (che resta marginale) particolarmente indicativo per quel che riguarda lo stato della nostra industria dell’auto. Premesso che sono circa 6.000 i dipendenti del gruppo Fca in cassa integrazione (per quanto limitatamente toccati oggi dal turnaround del Jobs Act) e che se consideriamo che il Lingotto in Italia conta oltre 80.000 lavoratori, è piuttosto evidente come – al di là del fatto che nel 2018 era prevista la piena occupazione – siamo a livelli di utilizzo fisiologico degli ammortizzatori sociali da parte di un’impresa così grande e complessa come Fca.

Ciò ci autorizza a una riflessione significativa vista la (drammatica) uscita di scena di Sergio Marchionne sulla situazione e le prospettive che riguardano Fca e l’industria dell’auto. A livello mondiale il mercato dell’auto è cresciuto del 3,6% nel primo semestre 2018 con una vendita complessiva di 44,03 milioni di unità. Il Paese che sta trainando questa crescita è la Cina, nella quale al 30 giugno si sono contate 12,23 milioni di auto nuove (+3,9%), davanti agli Stati Uniti (8,62 milioni, +2,0%), al Giappone (2,69 milioni, -2,0%) e all’India (1,98 milioni, +16%). Il primo Paese europeo è la Germania, che si è vista soffiare il quarto posto in classifica sul filo di lana (1,97 milioni, +3,0%). Il mercato europeo da anni non vive di rilevanti fiammate, eppure è proprio su questo che Fca punta per il suo consolidamento (con i modelli premium e con il marchio Jeep), in attesa della grande rivoluzione che porterà all’auto elettrica e che vedrà le grandi industrie dell’auto ripartire da capo con la loro produzione.

Chi sta meglio oggi sono Volkswagen e Renault-Nissan. Ford sta invece attraversando un momento molto critico: il marchio si prepara a dire addio a diversi modelli storici, a partire dalla Mondeo, fino a C-Max, S-Max e Galaxy. Scelta che si ripercuoterà ovviamente sui lavoratori. I dipendenti a rischio sono circa 24 mila, ossia il 12% della forza lavoro globale dell’azienda. Gli impianti più interessati dai tagli saranno quelli tedeschi e spagnoli, ma non mancheranno riduzioni di personale in altri Paesi, per esempio la Gran Bretagna.

La crisi del gruppo Ford ci dice quanto ad oggi la gestione Fca – 236.000 lavoratori – stia tenendo posizionato il Lingotto nel mercato globale, non sono previsti infatti simili scossoni nella produzione dell’industria guidata oggi da Mike Manley, in particolare in Italia. Se, come previsto, partono gli investimenti del piano industriale 2018, l’industria italiana dell’auto potrà continuare il suo percorso verso la saturazione degli impianti. Grazie, anche, al lavoro di Sergio Marchionne.

Twitter: @sabella_thinkin

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