RIFORMA PENSIONI E QUOTA 100/ Quando lasciare il lavoro con 15 anni di contributi (ultime notizie)

Mentre si attendono i dettagli di Quota 100, in tema di riforma delle pensioni viene ricordato quando si può andare in quiescenza con 15 anni di contributi

01.01.2019, agg. il 02.01.2019 alle 09:17 - Lorenzo Torrisi
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Susanna Camusso (Lapresse)

LA SFIDA DI DAMIANO AL GOVERNO

Rispondendo a una domanda di un lettore del sito di Repubblica, la Fondazione Studi consulenti del lavoro ricorda quali sono le situazioni in cui è possibile andare in pensione di vecchiaia con 15 anni di contributi. Un’informazione senz’altro utile nel momento in cui si parla di riforma delle pensioni con Quota 100. Secondo quanto specificato dall’Inps in una circolare di cinque anni fa, possono andare in pensione con 15 anni di contributi “i lavoratori che al 31.12.1992 avevano maturato i previgenti requisiti di contribuzione (pari a 15 anni di contributi); i lavoratori che erano stati autorizzati ai versamenti volontari prima del 31.12.1992, anche se non hanno materialmente versato gli stessi; i lavoratori che possano vantare un’anzianità assicurativa apri ad almeno 25 anni e siano stati occupati per non meno di 10 anni per periodi inferiori a 52 settimane per anno; i lavoratori subordinati che abbiano un’anzianità assicurativa inferiore a 15 anni al 31 dicembre 1992. Per tali lavoratori il requisito è riducibile fino alla contribuzione conseguibile al compimento dell’età di vecchiaia con un minimo di 15 anni di contributi”, spiega la Fondazione.

LA SFIDA DI DAMIANO AL GOVERNO

Secondo Cesare Damiano, “il tempo della propaganda è ormai finito” e dopo l’approvazione della Legge di bilancio il Governo si troverà nella difficile condizione di dover rispettare le promesse fatte con poche risorse a disposizione, anche sul fronte della riforma delle pensioni, contrassegnata da Quota 100. L’ex ministro del Lavoro ha voluto ricordare quel che ha fatto il Pd quando era al Governo sul tema della previdenza. “Venti miliardi nelle tasche degli italiani li abbiamo messi noi nella passata legislatura, soltanto per le 8 salvaguardie degli esodati, 11 miliardi; il prolungamento della sperimentazione di Opzione Donna, 2,5 miliardi; l’Ape sociale, 4 miliardi; il miglioramento della quattordicesima per le pensioni più basse e la no tax area dei pensionati equiparata a quella del lavoro dipendente, 2,5 miliardi. Totale 20 miliardi”, sono state le sue parole. Damiano ha quindi aggiunto: “Questi sono fatti: adesso aspettiamo di vedere quelli del Governo con il decreto di gennaio sulle pensioni e il Reddito di cittadinanza per capire, finalmente, come faranno i gialloverdi a mantenere le promesse dopo il taglio delle risorse imposto da Bruxelles”.

L’ODG PER GLI ESODATI

Con la manovra la Camera ha approvato anche degli ordini del giorno, tra cui uno che ha molta importanza per chi segue le vicissitudini relative alla riforma delle pensioni. Come segnala il Comitato esodati licenziati e cessati, infatti, un odg presentato da alcuni deputati del Pd (Gribaudo, Zan, Serracchiani, Carla Cantone, Lacarra, Lepri, Mura, Viscomi), ha avuto la raccomandazione parlamentare e riguarda proprio gli esodati ancora privi di salvaguardia. Nel testo del provvedimento si ricorda che la Quota 100 non risolve il problema degli esodati e per questo si chiede l’impegno del Governo ad “adottare, previo un approfondito confronto con le organizzazioni sindacali ed i comitati di rappresentanza dei lavoratori esodati, urgenti e circostanziate misure per la salvaguardia definitiva dei lavoratori che ancora risultano esclusi dalle procedure per l’accesso al trattamento pensionistico con le regole previgenti” la Legge Fornero. Vedremo quale seguito avrà questo ordine del giorno.

LA PAGELLA DI BECCHETTI

Dalle pagine del blog “La felicità sostenibile” sul sito di Repubblica, Leonardo Becchetti ha dato una “mini-pagella di fine anno” al Governo e alla manovra appena approvata. In tema di riforma delle pensioni, l’economista ha dato come voto 5, scrivendo questo breve giudizio: “Anche su questo punto si era partiti molto male e adesso sembra si sia parzialmente rettificato il tiro. La lotta alla Fornero è diventata più limitata e meno devastante dal punto di vista dei conti pubblici. Le varie misure su vitalizi, pensioni d’oro e limiti all’indicizzazione al crescere delle pensioni una forma di progressività fiscale”. Non c’è quindi la sufficienza su questo particolare punto, ma Becchetti dà al Governo un 8 per quel che riguarda la sensibilità ai problemi dei ceti in difficoltà, un 7 all’ecotassa e un 6 per il capitolo relativo ai giochi d’azzardo. Nelle altre voci si arriva anche a un 2 dato sul fronte dell’attenzione al Terzo settore. Un voto che potrebbe essere cancellato se, come promesso, il Governo correggerà la norma che raddoppia l’Ires per il Terzo settore.

RIFORMA PENSIONI, LE PAROLE DI CAMUSSO

In un’intervista a Il Fatto Quotidiano, Susanna Camusso dice chiaramente che con la riforma delle pensioni “non siamo di fronte alla abrogazione della riforma Fornero, ma un provvedimento che riguarda soprattutto gli uomini dell’industria e una parte del pubblico impiego e che non interviene su tutte le situazioni più critiche: donne, lavoro intermittente e giovani”. Rispetto alla tesi per cui con questa misura si aiuterà l’occupazione giovanile, il Segretario generale della Cgil spiega che “nel pubblico impiego c’è in realtà un nuovo blocco del turnover: le assunzioni sono rinviate a fine anno e non saranno sufficienti a compensare i tagli recenti. Nell’industria, i numeri dei beneficiari sono molto più piccoli, per andare in pensione serve una continuità contributiva che in pochi hanno dopo dieci anni di crisi. Un po’ di assunzioni ci saranno, ma nel semestre scorso abbiamo avuto il record del contratto a termine. Non sarà un po’ di turnover ad arginare il problema”.

Dopo le prime mobilitazioni sindacali unitarie per protestare contro la rivalutazione parziale delle pensioni sopra i 1.500 euro al mese, Camusso ricorda che “alla fine del 2016, nella bozza d’accordo con il governo Gentiloni, c’era l’impegno che da gennaio 2019 sarebbe tornata l’indicizzazione delle pensioni. Il governo Conte non lo ha rispettato”. Questo ha quindi causato la protesta dei sindacati, che a gennaio scenderanno di nuovo in piazza, stavolta per “una grande mobilitazione di tutto il mondo del lavoro”.

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