RIFORMA PENSIONI/ Quanto perdono gli italiani tra tagli e indicizzazioni

- Giuliano Cazzola

Il Governo ha varato la Legge di bilancio, approvata dal Parlamento, con interventi sull’indicizzazione delle pensioni e il taglio degli assegni più alti

tredicesima quota 100 13ma
Lapresse

La Legge di bilancio è stata approvata e promulgata dal Capo dello Stato appena in tempo per essere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale entro lo scadere del 2018. L’anno nuovo dovrebbe iniziare svelando, attraverso un decreto legge, la disciplina dei due istituti “identitari” della maggioranza giallo-verde: quota 100 (ovvero quanto sopravvive del progetto demolitore della riforma Fornero) e reddito (con annessa pensione) di cittadinanza. Di questi argomenti abbiamo sentito parlare da mesi, senza mai avere il piacere (si fa per dire) di leggere anche una sola riga di un testo con valore legislativo.

L’intervento della Commissione europea sui saldi ha comportato un vistoso taglio agli stanziamenti riservati ai due fondi, fratelli siamesi, che avrebbero dovuto garantire l’attuazione di quelle misure. Ciò nonostante il Governo continua a promettere che non ci saranno cambiamenti sia nei contenuti che nelle platee di soggetti interessati. Nel frattempo, in attesa di incamminarsi lungo il sentiero del cambiamento, la maggioranza si è fermata ad adottare, in materia di pensioni, politiche antiche, lungamente sperimentate da parecchi esecutivi prima del loro. In sostanza, in attesa di premiare i pensionandi, anche il Governo giallo-verde si è accinto a “fare cassa” a carico dei pensionati. A regime, un bottino di 400 milioni arriverà dal contributo di solidarietà imposto alle cosiddette pensioni d’oro (con tagli crescenti per le fasce superiori a 100 mila euro l’anno), mentre 2,2 miliardi costituiranno l’incasso proveniente da un nuovo meccanismo di perequazione automatica al costo della vita che prenderà il posto di quello articolato su tre fasce (100, 90, 75 per cento) di cui si attendeva il ripristino, dopo anni di manipolazione, a partire dal 2019.

Diciamo subito – usando una terminologia giuridica – che l’operazione non determina un “danno emergente” (ovvero un trattamento peggiore di quello previgente nel 2018), ma un “lucro cessante” in quanto viene rinviata di un triennio l’applicazione, legittimamente attesa, di un meccanismo più conveniente. La tabella sottostante – redatta a cura dell’Associazione Leonida che ne raccoglie altre 14 risolutamente schierate a difesa dei pensionati – fornisce una chiara rappresentazione della differenza tra le aspettative e la realtà.

Quanto al nuovo meccanismo è interessante avvalersi di alcune considerazioni del prof. Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi Itinerari previdenziali, che è stato tra gli ispiratori e i protagonisti del dibattito degli ultimi mesi. Brambilla – dopo aver ricordato che con il maxiemendamento alla Legge di Bilancio per il 2019 è stata proposta una modifica al meccanismo di indicizzazione delle pensioni, che prevede la rivalutazione completa solo per i trattamenti fino a 3 volte il minimo – esprime un giudizio molto severo. E soprattutto quantifica gli effetti dell’intervento sul numero dei pensionati interessati per ogni fascia di reddito.

«Il Governo del cambiamento – afferma Brambilla – ha proposto una delle peggiori e bizantine indicizzazioni in termini di equità: rivalutazione del 100% dell’inflazione (1,1% l’incremento sulle pensioni per il 2019) per 18,67 milioni di pensioni fino a 3 volte il minimo (1.524 euro lordi) di cui un terzo sono totalmente o parzialmente assistite. I percettori di queste prestazioni fanno parte – commenta ancora Brambilla – del 44,92% di italiani che in totale pagano solo il 2,8% dell’Irpef totale (cioè nulla). Sulle pensioni frutto di contributi realmente versati, i più fortunati sono quelli che prendono tra 4 e 5 volte il minimo la cui pensione verrà rivaluta non per scaglioni (come avviene per la progressività fiscale), ma sull’intero importo, solo al 77% dell’inflazione (lo 0,847%)».

Molto peggio andrà per il restante 1,18 milioni di pensioni che vedranno la loro pensione rivaluta per l’intero importo al 52% tra 5 e 6 volte il minimo, al 47% tra 6 e 8 volte, al 45% tra 8 e 9 volte e al 40% oltre le 9 volte; in pratica metà inflazione. «Questi pensionati – prosegue – rientrano nel “club” del 4,36% di contribuenti che versano il 36,52% di tutta l’Irpef; aggiungendo anche i pensionati tra 4 e 5 volte il minimo, la cui rivalutazione è pari al 77% dell’inflazione, si arriva al 12,09% di contribuenti che però versano il 57,11% di tutta l’Irpef. Supponendo un’inflazione media dell’1,1% e un periodo di fruizione della pensione di 20 anni, la riduzione dell’indicizzazione 2019 al 50% è pari a una decurtazione del potere d’acquisto di 0,5% l’anno che, capitalizzata, porta la riduzione a fine periodo a oltre il 12%. A questa perdita si assommano quelle del biennio successivo».

Ma, secondo il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, la “guerra” ai pensionati non finisce qui: infatti, per quanti percepiscono assegni superiori a 100mila euro lordi l’anno (circa 51mila euro netti l’anno, pari a circa 3.930 euro al mese) è pure previsto, per la durata di 5 anni, un taglio lineare delle pensioni. «L’operazione è stata presentata come una riduzione della parte di pensione non coperta da contributi – puntualizza Brambilla -, ma, in realtà, come evidenziato dall’Approfondimento a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali quello sul ricalcolo delle pensioni oltre i 4.500 euro netti al mese è un taglio senza alcuna logica. Infatti, le pensioni maggiormente avvantaggiate dal metodo retributivo, come dimostrato anche da uno studio di Stefano Patriarca, sono quelle intermedie fino a 3.500 euro. Stiamo cioè parlando di pensionati che fanno parte di quel 4,36% di contribuenti che mantengono il 46% della restante popolazione».

Le osservazioni di Brambilla diventano ancor più penetranti quando assumono un risvolto politico. «Infine, se è vero che oltre il 60% delle prestazioni assistenziali che godono della rivalutazione totale e potrebbero addirittura beneficiare dell’incremento relativo alle cosiddette “pensioni di cittadinanza”, sono pagate al Sud, è altrettanto vero che circa il 70% delle pensioni tagliate e poco indicizzate stanno al Nord. Il grosso rischio della “guerra delle pensioni” e delle pensioni di cittadinanza è quello di aumentare le pensioni basse e assistenziali, i cui maggiori beneficiari sono spesso “furbi”, elusori ed evasori, persone che sfruttano il lavoro nero e foraggiano l’economia illegale. Anziché premiare il senso del dovere, dello Stato e il merito, assistiamo a un trasferimento forzoso di risorse da lavoro ad assistenza e da Nord a Sud: un ottimo risultato per la Lega (ex Nord). Con un costo per la collettività e lo sviluppo del Paese, spaventoso». In questi casi, a noi che condividiamo ogni parola, resta poco da aggiungere. Ce la caviamo alla stregua degli antichi: Ipse dixit.

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