REDDITO DI CITTADINANZA/ Il rischio in più con l’arrivo della recessione

Il decreto sul reddito di cittadinanza sarà approvato settimana prossima, ma le bozze che circolano danno già un’idea sull’impostazione della misura

13.01.2019 - Massimo Ferlini
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Lapresse

Con le bozze di decreto rese pubbliche per poter avviare il confronto con le Regioni abbiamo una prima ipotesi “concreta” di cosa si intende realizzare con la proposta del Reddito di cittadinanza (Rdc). Come tutti i titoli di riforma cui ci ha abituato questo Governo, fra le prime dichiarazioni e i testi che man mano vengono poi sviluppati cambiano spesso sia i contorni dei provvedimenti che i contenuti. Non potendo ancora considerare le bozze di proposta come un disegno già definito cerchiamo di tenerci sui principi generali per vedere se si sta producendo un passo avanti o indietro rispetto al modello di welfare che abbiamo.

Il disegno attualmente esistente aveva definito due ambiti di intervento con la “presa in carico” dei bisogni delle persone. Da un lato, le politiche del lavoro e i servizi di politica attiva per sostenere la ricollocazione dei disoccupati. Dall’altro, un percorso diverso per la povertà. In quest’ultimo caso il sostegno alla ricollocazione lavorativa era uno dei servizi possibili insieme a interventi tesi ad affrontare i problemi sociali (non solo l’assenza di lavoro) che contribuivano a determinare le condizioni di esclusione sociale e povertà.

Entrambi i sistemi di intervento prevedevano un sostegno al reddito (nuova indennità di disoccupazione e reddito di inclusione) come politica passiva e l’impegno richiesto ai beneficiari di seguire un percorso di proattivazione e disponibilità a seguire formazione e servizi finalizzati a uscire dallo stato di bisogno. In un caso era il trovare un nuovo posto di lavoro e nel secondo un’occupazione una volta superati i problemi sociali di salute o di dipendenza che non permettevano di affrontare il mercato del lavoro. Con la proposta del Rdc si cerca in modo forzato di riportare in unico percorso gli interventi contro la povertà e di sostegno all’occupazione.

Anche gli strumenti che le riforme precedenti avevano creato per sostenere le politiche attive del lavoro (Anpal e Anpal servizi) vengono resi strumentali al Rdc a partire dal dover assumere (con contratto precario) ben 4.000 tutors che dovranno essere accompagnatori di percorsi di inserimento lavorativo.

Come dice un vecchio proverbio, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Quando si va a vedere la copertura economica delle singole misure emerge che gli interventi non solo non si sostengono a vicenda, ma si danneggiano a vicenda. Per partecipare al Rdc le persone (meglio i nuclei famigliari) devono essere sotto una determinata soglia di reddito (soglia di “povertà”). Poi aderiscono a obblighi tesi a dimostrare che cercano lavoro ed entro 18 mesi devono accettare una proposta di lavoro congruo che gli sarà avanzata dai Centri per l’impiego o da una Agenzia per il lavoro (in questo caso le Apl non sono più agenzie di schiavisti, ma partners della politica di povertà governativa).

Non vengono promossi percorsi di aumento dell’occupabilità della persona. Si attende un’offerta di lavoro. Per finanziare tutto ciò vengono stanziate risorse ad hoc (nuovo deficit) e qualora non bastassero si useranno i fondi previsti per l’assegno di ricollocazione che era la politica attiva del lavoro rivolta ai disoccupati non in Rdc ma con Naspi (nuovo assegno di disoccupazione). Il combinato disposto del decreto ci dice pertanto che la politica del lavoro e di contrasto alla povertà mascherata dietro il Rdc è semplicemente una distribuzione di fondi tesi a lasciare fuori dal mercato del lavoro più gente possibile.

Si opera una distribuzione di reddito come estensione delle politiche passive e si chiudono gli interventi tesi a sviluppare le politiche attive. Basta interventi per dare più occupabilità alle persone, basta interventi di proattivazione. Ritorno alla passività completa in attesa che qualcuno si occupi di te, ma non ti si chiede nulla per rimetterti in moto a partecipare alla ripresa attraverso il lavoro.

Lo stesso ricorso alla cassa integrazione anche per situazioni aziendali che non avranno nessuna futura ripresa è un ritorno alle scelte passive invece di sostenere percorsi di reindustrializzazione e quindi creazione di nuove occasioni di lavoro.

Le prospettive economiche per i prossimi mesi indicano che vi sarà una contrazione del tasso di crescita. Per alcuni è addirittura da prevedersi una nuova recessione. Sul nostro mercato del lavoro ciò indica un accentuarsi delle difficoltà occupazionali. Già ora si è tornati all’occupazione pre-crisi, ma con redditi e orari di lavoro inferiori. Vi è bisogno di promuovere l’occupabilità di tutti, sostenere i modelli virtuosi di politiche per il lavoro di alcune regioni, estendere i processi di proattivazione contro la passività sociale. Si sceglie invece il ritorno alle vecchie regole statalistiche di distribuire risorse, peraltro scarse, ma non farsi carico del bisogno reale, il lavoro, che sarebbe la risposta vera per una riscossa sociale solidale alla crisi.

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