SPILLO/ Quei costi occulti che possono fermare l’accesso alla giustizia del lavoro

- Vincenzo Putrignano

Ci sono cause che non vale la pena intraprendere, anche in tema di lavoro. Il che rappresenta un problema di non poco conto sull’accesso alla giustizia

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(avvertenza: questo è un articolo in cui potrebbero esserci alcune espressioni non propriamente eleganti e che in parte è scritto attingendo a espressioni colloquiali: mi scusino i lettori ma non riesco a esprimere in forma diversa)…

Oggi sono stato pesantemente cazziato da un collega, perché… perché ho vinto una causa! Un anno fa mi viene a trovare in studio un privato, cui un certo ente pubblico ha negato certe provvidenze, per un importo di duemilasettecento euro; il caso è particolare, è un po’ complicato inquadrare correttamente la fattispecie, ma una volta che si legge la cosa secondo un certo angolo prospettico, il cliente c’ha dannatamente ragione. Assumo l’incarico, anche un po’ orgoglioso per la bella pensata che mi è venuta, scrivo i miei bei atti, partecipo attento alle udienze; e oggi il giudice mi dà ragione, il ricorrente ha diritto a quei soldi, l’ente è condannato a pagare con gli interessi, e quanto alle spese legali… mbé, le spese legali sono compensate.

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Appena uscito dall’aula, con il cliente festante al mio fianco, io mi massaggio le tempie preoccupato (che è una perifrasi per dire che sono incazzato!). Mi spiego: gli avvocati (e i giudici!) sono vincolati al rispetto delle tariffe professionali, che sono graduate sulla base del valore della controversia (parametro un po’ sciocco, ma in qualche modo insostituibile); le spese legali seguono normalmente il principio della soccombenza: chi perde il processo rimborsa alla controparte le spese legali nella misura che il giudice decide; ma i giudici della sezione lavoro di certi tribunali dei parametri forensi talvolta se ne fregano e liquidano (e qui cito un caso di qualche mese fa) 2.000 euro di spese, quando io al cliente, avevo chiesto, applicando tutti gli sconti consentiti dalle tariffe forensi, circa il triplo. E poi hai voglia a spiegare che non sei tu esoso, ma che è il giudice che applica le tariffe a capocchia! Ai suoi occhi sarai sempre la sanguisuga che si arricchisce sulle disgrazie altrui, visto che gli hai chiesto persino più di quello che il giudice aveva stabilito. O se sei un’azienda, scordati che in certi fori, anche se il lavoratore propone un ricorso del tutto velleitario, a tratti “estorsivo”, sia condannato alle spese. O, come oggi, il giudice compensa le spese legali, pur avendo la mia parte vinto: ora gli scenari possibili sono pochi.

Chiedere al cliente il compenso fissato dai parametri e dunque dirgli: sei contento di aver vinto duemilasettecento e rotti euro? Bene son contento anch’io! Ora dammene euro 3.545,66, ché come dice pure il Vangelo l’operaio ha diritto alla sua mercede! E poi attendere che il cliente ti gambizzi una sera all’uscita dello studio. Oppure applicare le tariffe con tutte le riduzioni possibili (euro 2.010,67): ma anche in tale caso non penso che il cliente mi ricorderà nelle sue preghiere serali, prima di andare a letto, se non per augurarmi di spendere quei soldi in medicine.

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Allora mi dico: vabbè, abbiamo aiutato una persona, i soldi che ha pigliato son quelli che sono, facciamo che me ne frego anche io dei minimi e gliene chiedo solo cinquecento. E qui interviene il collega di cui sopra: «scioccherellone e ingenuo [a dire il vero non son proprio queste le parole che ha impiegato]! E se ci viene a trovare l’Agenzia delle entrate? Loro guardano la pratica, applicano le tariffe e ti dicono: “caro avvocato, lei ha fatto una causa per la quale le tariffe prevedono un compenso di 3.000 e rotti euro; se ne è fatti pagare solo cinquecento; vuol dire che gli altri glieli han dati in nero; oppure mi dimostri di non aver ricevuto un pagamento in nero!”. O ti becchi una sanzione dell’ordine perché fai procacciamento di clientela con tariffe stracciate. Ti ho sempre detto che cause del genere non bisogna prenderle!».

Oppure, continua il collega, che dici? fai appello. Al che io, sarcastico: cioè chiedo al cliente i soldi del contributo unificato, scrivo un atto, vado alla cancelleria della corte d’appello a notificare, ci perdo tempo, mi faccio le udienze, e fra nove mesi, la corte d’appello magari respinge (tanto sulle spese tutti decidono un po’ a capocchia) e condanna il cliente al pagamento delle spese d’appello, e poi chiedi al cliente di pagarti le spese del secondo grado di giudizio. O magari ti va bene, e la corte ti liquida cinquecento o anche mille euro; e poi va’ a spiegare al cliente che sei proprio un bravo avvocato, che hai vinto anche in appello, e che ora oltre ai tremila che gli avevi chiesto te ne deve altrettanti.

E se viene qualcuno a dirmi, come ha provato a fare un collega mentre tornavo in studio, che la recentissima sentenza della corte in materia di rispetto delle tariffe professionali dice che… mbé, non gli faccio finire la frase e gli do un mozzico sulla capoccia! Che faccio? Vado in cassazione per 2.000 euro di compenso? A qualche lettore sarà capitato di prendere una multa e pensare che non valesse la pena far ricorso al giudice di pace perché i costi legali avrebbero superato di certo il rimborso delle spese che vi avrebbero accordato il giudice…

In conclusione: per cause di valore modesto (soprattutto contro enti pubblici), nella sezione lavoro di alcuni fori italiani tra i quali – ahimè – quello che più spesso frequento, la regola è la seguente: a meno che il cliente non sia un amico (cui si fa il favore che poi si gli fa pesar tutta la vita), normalmente non val la pena assumere l’incarico. Il cliente se ne faccia una ragione, ma i costi del processo superano i benefici che ne potrebbe trarre.

Non è questo un costo occulto, e peraltro ineludibile – visto che deriva da prassi che come tali non possono essere cambiate – che costituisce un invalicabile ostacolo per l’accesso alla giustizia?

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