PENSIONI/ I numeri scomodi per chi vuole alzare gli assegni più bassi

Il Rapporto del Centro Studi Itinerari previdenziali da poco presentato contiene dei dati molto interessanti riguardanti le pensioni italiane

19.02.2019 - Giuliano Cazzola
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Lapresse

I Rapporti annuali sulla spesa per le pensioni e assistenziale del Centro Studi Itinerari previdenziali hanno sempre una “marcia in più”. Non solo perché, a mia conoscenza, sono gli unici che abbracciano e interconnettono tutti i settori del welfare state in parallelo con i trend dell’occupazione, ma anche perché si pongono un problema che di solito viene trascurato: chi paga? Chi reclama dei diritti compie anche il suo dovere di cittadino e di contribuente? Sono queste domande che diventano occasioni di ricerca e che si ripetono, con dati aggiornati, a ogni Rapporto, incluso il VI (relativo al 2017) presentato nei giorni scorsi nella solennità della Camera dei deputati.

Partendo dal carico fiscale Irpef sulle pensioni (50,5 miliardi nell’anno incluse le addizionali regionali e comunali), il Rapporto arriva a considerazioni meritevoli di un’attenta considerazione. Premesso che i pubblici dipendenti non evadono (perché per definizione non lo fanno i loro datori di lavoro) il Rapporto fa notare che i pensionati delle gestioni pubbliche pur essendo il 17% del totale, hanno a loro carico circa un terzo di tutte le tasse (15,5 miliardi per la sola Irpef ordinaria). Quanto ai redditi – secondo il Rapporto – quelli dei dipendenti pubblici “sono simili a quelli del settore privato”: il che proverebbe “l’enorme evasione fiscale e contributiva di molti settori che ha determinato pensioni basse e spesso correlati ai redditi, quindi fiscalmente esenti”.

I lettori capiranno subito che, col clima di farisaico pauperismo, diffuso in Italia, accostare il fenomeno delle pensioni basse (solitamente considerate vittime di quelle più elevate) al vizio dell’evasione significa dimostrare una buona dose di coraggio, che non manca ad Alberto Brambilla (presidente del Centro studi), come abbiamo potuto apprezzare anche recentemente. A conti fatti, dimostra il Rapporto, anche grazie alle detrazioni, 10,4 milioni di pensionati (il 66% sul totale di 16 milioni) con prestazioni fino a 3 volte il minimo, non pagano imposte. Lo scaglione da 3 a 4 volte il minimo (2,5 milioni di pensionati) versa mediamente un’imposta appena sufficiente per fare fronte alla quota capitaria media della sanità: 1.870 euro. Restano 3 milioni di pensionati (il 19% e in valore assoluto 890mila soggetti) percettori di trattamenti superiori ai 3mila euro mensili lordi, ad accollarsi la gran parte dei 50,5 miliardi di Irpef.

“Il fatto che il 50% dei pensionati sia assistito – conclude il Rapporto a questo proposito – denota un elevatissimo livello di evasione fiscale soprattutto tra alcune categorie e in talune aree del Paese, nonché una incapacità dello Stato a governare il fenomeno”. Questo stato delle cose può essere confermato dai dati complessivi della fiscalità generale, riferita a tutti i contribuenti: il 45% dei cittadini paga solo il 2,8% delle imposte, mentre il 12% si fa carico del 57%. “Il numero di automobili con un costo superiore a 120mila euro – osserva con amarezza il Rapporto – è dieci volte il numero di coloro che hanno dichiarato un reddito annuo lordo superiore a 240mila euro (equivalenti a 120mila netti), il che denota tutta l’inefficienza del nostro sistema fiscale”.

Limitiamoci, per concludere, a un caso specifico, in area di sedicenti pensioni d’oro: sopra i 100mila euro (pari a circa 52mila netti) si trova soltanto l’1,1% dei contribuenti, pari a poco più di 450mila soggetti (inclusi i pensionati ovviamente), i quali, versano, tuttavia, il 18,7% dell’Irpef. È la solita storia di un Paese di “poveri benestanti”.

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