RIFORMA PENSIONI E QUOTA 100/ La mossa del Governo che ha spiazzato i sindacati

- Giuliano Cazzola

Governo e sindacati si sono incontrati per parlare di riforma delle pensioni. Cgil, Cisl e Uil si sono rifatti a quanto concordato con l’esecutivo precedente

Pensioni_Fornero_Cartello_Lapresse
Lapresse

“Interlocutorio”. Così è stato definito dai leader sindacali l’incontro svoltosi ieri al ministero del Lavoro sulla riforma delle pensioni. I dirigenti di Cgil, Cisl e Uil hanno presentato le loro richieste (è stato usato il termine “emendamenti”) al sottosegretario Claudio Durigon, il quale – a quanto si è capito – ne ha preso nota riservando una risposta del Governo, per valutare la quale i vertici confederali si riuniranno giovedì 28. Diversamente dalla Legge di bilancio, in questa circostanza i sindacati sono arrivati in tempo a confrontarsi con l’esecutivo. Non è detto che questo sia un segnale positivo anche per quanto riguardi gli esiti.

Il decreto legge sul reddito di cittadinanza (RdC) e sulle pensioni è approdato in Aula al Senato, dopo il voto in commissione Lavoro, ma deve ancora ricevere il parere determinante della commissione Bilancio sugli emendamenti recepiti nel testo. I sindacati fanno riferimento a quanto concordato con il governo Gentiloni a proposito della cosiddetta fase 2, caratterizzata da misure più strutturali: favorire una maggiore flessibilità in uscita all’interno del sistema contributivo, anche con una revisione del requisito del livello minimo di importo (2,8 volte l’assegno sociale) per l’accesso alla pensione anticipata; valorizzare e tutelare il lavoro di cura a fini previdenziali; valutare la possibilità di differenziare o superare le attuali forme di adeguamento per alcune categorie di lavoratrici e lavoratori in modo da tenere conto delle diversità nelle speranze di vita nell’ambito del necessario rapporto tra demografia e previdenza e mantenendo l’aggancio alla speranza di vita. Poi, sempre in questa nuova fase annunciata c’era l’impegno di andare alla ricerca dell’oggetto misterioso della “pensione contributiva di garanzia”, che dovrebbe, nelle intenzioni, “mettere in sicurezza” l’avvenire pensionistico dei giovani.

Certo che l’incursione del Governo mediante l’introduzione di quota 100 ha sconvolto – mettendo in imbarazzo i sindacati – l’impostazione riformista di quell’accordo, dove le istanze di flessibilità – di cui alla fase 1 – poggiavano sul “sistema Ape” e sui benefici per i cosiddetti precoci/quarantunisti; spettava invece alla fase 2 dare organicità a quel quadro, attraverso una definizione più precisa del concetto di lavoro disagiato (che finora non ha mai avuto rilevanza scientifica) e dei criteri per individuare le differenti attese di vita in ragione delle differenti attività lavorative. Per questi motivi i sindacati hanno insistito per costituire le commissioni tecniche incaricate di affrontare una la questione dei lavori disagiati in correlazione con l’attesa di vita, l’altra il tema – è un loro pallino – della separazione tra previdenza e assistenza, come se non fosse già risolto da decenni, con un apporto di trasferimenti dal bilancio statale alla Gias dell’ordine di 110 miliardi di euro.

Inoltre, per moderare il tasso di mascolinità insito in quota 100 (è molto difficile che nei settori privati possano usufruirne le lavoratrici), le confederazioni chiedono che l’anzianità contributiva delle donne possa essere aumentata, in modo figurativo, in ragione del numero di figli partoriti. Nella passata legislatura i tecnici del Governo stavano lavorando con quelli del sindacato intorno a una proposta – l’aveva elaborata il compianto Stefano Patriarca – riguardante il trattamento minimo e quindi la tutela previdenziale dei giovani. Oltre a provvedimenti più generosi ed equi di contribuzione figurativa era ipotizzata l’istituzione di un fondo di solidarietà per il sostegno delle basse contribuzioni. L’aumento dell’età pensionabile effettiva era indicata come garanzia principale dell’adeguatezza e della stabilità del sistema, sia pure con misure di protezione del lavoro di cura, di attenzione per le condizioni di salute, la gravosità del lavoro e l’assenza di reddito. Il che implicava la definizione di un trattamento minimo di garanzia, come nel regime retributivo. L’integrazione poteva corrispondere all’attuale minimo comprensivo dell’assegno sociale (circa 650 euro mensili) percepibile all’età di vecchiaia con 20 anni di contributi e crescente per ogni anno di contribuzione successivo al ventesimo.

Che cosa rimarrà di queste intuizioni ormai è scritto sull’acqua.

© RIPRODUZIONE RISERVATA