REDDITO DI CITTADINANZA/ Il salvagente che serve a Di Maio per evitare un flop

Di Maio ha presentato il sito dedicato al Rdc. Ma per garantire servizi qualificati e favorire un vero reinserimento lavorativo vanno superati i punti deboli della misura

06.02.2019 - Giancamillo Palmerini
Luigi Di Maio (LaPresse)

Nei giorni scorsi il ministro del Lavoro e vicepremier Luigi Di Maio ha lanciato, finalmente almeno secondo la componente pentastellata del Governo, il sito dedicato al reddito di cittadinanza. Arriva dopo la lunga trattativa, con l’Europa e con gli alleati della Lega, che ha portato all’approvazione del “decretone” con cui si introduce, anche nel nostro Paese, una misura, almeno negli intenti dei grillini, universale e strutturale contro la povertà. In quella sede il leader Cinquestelle ha, persino, paragonato la prima tessera stampata da Poste Italiane alla mitica “numero uno” di zio Paperone.

Andando sulla nuova piattaforma tirata a lucido, ci viene, prima di tutto, chiarito cosa si intende per reddito di cittadinanza. Il nuovo sussidio dovrebbe, se sei momentaneamente in difficoltà, aiutarti a formarti, trovarti un lavoro e integrare, allo stesso tempo, il reddito della tua famiglia. Lo stesso istituto avrebbe, poi, l’obiettivo di migliorare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, aumentando così l’occupazione e contrastando, se non addirittura “sconfiggendo”, la povertà e le disuguaglianze sociali.

Per rendere possibile ciò, il godimento del beneficio economico è associato alla partecipazione a un percorso di reinserimento lavorativo e sociale dopo la sottoscrizione da parte del cittadino di un Patto per il lavoro o un Patto per l’inclusione sociale. Tuttavia, come sempre accade di fronte all’introduzione di misure, per molti aspetti, innovative, sono emerse criticità sulla reale efficacia del percorso che è stato immaginato per la concreta implementazione della misura e altri possibili punti di debolezza probabilmente emergeranno nel cammino parlamentare di conversione del decreto.

Un certo rilievo meritano, ad esempio, le osservazioni elaborate dalle Agenzie per il lavoro, che si focalizzano, in particolare, su quattro punti: la necessità di specificare meglio la titolarità del patto di attivazione esclusivamente in capo al soggetto pubblico, escludendo in questa fase qualsiasi coinvolgimento degli operatori privati; la definizione di una solida governance pubblica per evitare confusione di ruoli e sovrapposizione tra misure sociali e di inserimento lavorativo; l’armonizzazione della misura con quanto già previsto dall’assegno di ricollocazione; infine, la valorizzazione delle attività di processo, affinché tutti i richiedenti ricevano servizi per il lavoro qualificati.

L’auspicio è che, in queste settimane, l’esecutivo mostri, a differenza del recente passato, una capacità di ascolto e di dialogo con le parti sociali senza le quali sarà impossibile raggiungere gli obiettivi auspicati di una misura simbolo, almeno per la componente gialla del Governo.

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