QUOTA 100 E RDC/ I rischi per il lavoro e il sistema pensionistico

Il decreto relativo alla riforma delle pensioni con Quota 100 e al reddito di cittadinanza rischia di avere effetti negativi per il lavoro

08.02.2019 - Mario Cardarelli
Luigi Di Maio (Lapresse)

Se mettessi in ordine quanto uscito fino a ieri sui nodi della politica di bilancio del Governo a partire dalla manovra per finire al reddito di cittadinanza e quota 100 questo intervento finirebbe al prossimo punto… e a capo. Bankitalia con Visco, l’Upb con Pisauro, l’Inps con Boeri, il Fmi con Lagarde e l’Ue con Moscovici sono i guardiani dell’Apocalisse? In ordine sparso, dopo che l’Istat aveva comunicato i dati di quella nuova fase del ciclo economico che Conte, cui spetta un premio di copywriter, ha chiamato “recessione tecnica”, sono state puntualizzate analisi e previsioni in cui –  a buon diritto e con elevato peso relativo – entrano tanto quota 100, quanto il reddito di cittadinanza.

Sarebbe tediare i lettori ripercorrere un duplice cammino che comprende sia un percorso di analisi macroeconomica su quanto già uscito, sia l’evidenziazione di criticità già note. Ma qui il punto è un altro. Come se ne esce? Qualcuno obietta che è prematuro spingersi a rispondere a questa domanda. Che ci vuole tempo. Ma in questo caso il tempo non è una grandezza neutrale… Per spiegare meglio comincio dalla fine applicando uno dei più discussi principi che, tanto per fare il pari con Conte, ho denominato “retroazione quantistica”: il futuro determina il presente. E questo spiega i dati presenti (finora acquisiti) abbassandone il grado di meraviglia. Al tempo futuro l’osservatore registrerà una rendita di cittadinanza al Sud grazie al posizionamento del reddito omonimo, su un livello non coerente allo stimolo di cercare lavoro secondo la best practice internazionale.

Il mercato del lavoro entrerà in una condizione asfittica e socialmente instabile. Questo perché la struttura salariale complessiva è consona a posti di lavoro coperti già, in quanto non considerati o rifiutati in passato, ma non dagli immigrati e/o profili simili ai loro. Posizioni lavorative lasciate disponibili, grazie a quota 100 non esaltano il mercato del lavoro, gli danno uno scuotino. Salvini e Di Maio se conoscono lo switch sanno che esso non è equivalente nemmeno nella più semplice operazione di prelievo allo sportello bancario. E questo non è nemmeno un pallida ombra di cosa significa creare lavoro. Di Maio e Di Battista families prediligono poi quello in nero. Ironia della sorte, i due (più Salvini) urlatori contro i poteri forti, i banchieri, la Fornero, Boeri, ecc., hanno proposto proprio quello stesso schema scelto da Mussari all’epoca presidente Mps, per alleggerire il sistema bancario riducendo i costi con una nuova occupazione acquisita al ribasso… naturalmente.

Prepensionare a carico dell’Assicurazione generale obbligatoria per gestire quanto sopra. Nulla di scandaloso, solo che è una politica da Paese povero, mentre per anni si è raccontato altro. Le dinamiche se non coperte sindacalmente (il Sindacato come corpo intermedio si deve svegliare agendo con saggezza) mostreranno profili perversi. Questo perché il fattore di circolarità nel mercato è dato dal livello medio retributivo, più che dal know-how posseduto o richiesto. Decenni di errori condivisi tra imprenditoria e sindacato in presenza di scorie e retaggi pesanti si sono accompagnati a miopia e ignoranza di una classe dirigente che, tranne pochi e luminosi esempi, sapeva da dove veniva, ma non dove dover andare.

Le pensioni ancor più mescolate con l’assistenza si riveleranno la leva di Archimede per rendere la componente reddito più fragile. Questo perché al contempo l’orizzonte previdenziale dei giovani folks (quelli che non emigrano) diventa incerto e senza capacità di programma per gli oneri imposti e per il non prevedibile assetto del sistema produttivo e del mercato del lavoro in bonis. Questo quadro, alla luce dell’evoluzione demografica, prefigurerà o di restringere al massimo minimo o addirittura di cancellare il welfare pubblico per la crescita di costi (come sarà richiesta da autorevoli maitres à penser), stante il livello di un debito ormai divenuto perpetual in quanto solo rinnovabile, ma non estinguibile. Aspetto che espone il fianco a qualsivoglia tempesta perfetta dei mercati finanziari. Cosa farà un’ Italia felix disseminata da milioni di piccole e medie imprese con una forza lavoro al costo utile, quello compresso da variabili oggettive, ma forse non in grado di essere “decuneato” al livello desiderato per traslare in contributi retribuzione differita?

Mi sembra sufficiente fermarmi qui, prima che il mio secondo nome diventi Cassandra. Ormai, quando dopo aver detto come Laocoonte “Timeo Danaos et dona ferentis”, il cavallo di Troia del populismo della decrescita felice (paragonabile al 6 politico degli anni ’70 che portò al depotenziamento imposto all’istruzione e ai giovani a partire dalla seconda metà degli anni ’80, così, stesso periodo, come la valutazione obbligata minima per tutti i lavoratori nelle grandi aziende) ha scorrazzato prima nelle urne, poi in Parlamento e ora sui palchi. Come se ne esce? Cambiando fronte, sapendo che se si cambiano cose nel presente è perché un altro tipo di futuro lo sta determinando. Crederci o no. Vero o meno lo lascio ai fisici teorici. In politica vale la convinzione che cambiando il presente si costruisce un futuro… diverso. Altrimenti chi è causa del suo mal pianga se stesso. Ahimè, ora si fa politica addebitando colpe piuttosto che cercare cause e agire per ottenere ben altri effetti.

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