SINDACATI E POLITICA/ La svolta del Governo che ha riunito Cgil, Cisl e Uil

Una manifestazione nazionale unitaria di Cgil, Cisl e Uil, con una piattaforma economica alternativa a quella del Governo era tempo che non si vedeva

09.02.2019 - Massimo Ferlini
Lapresse

Una manifestazione nazionale unitaria dei sindacati Cgil, Cisl e Uil, con una piattaforma economica alternativa a quella del Governo era tempo che non si vedeva. L’appuntamento è fissato per oggi con manifestazione nazionale a Roma. Data la grande capacità comunicativa del Governo giallo-verde con posizioni che coprono sia la maggioranza che l’opposizione, sentire appelli alla mobilitazione su futuro, lavoro, solidarietà, sviluppo e inclusione suonano come richiami storici che troppi pensavano fossero ormai superati.

Dire che si è per la solidarietà e l’inclusione sociale è spesso scambiato come la solita litania “catto-comunista” (secondo il nostro ministro dell’Interno), mentre nell’appello sindacale non si fa riferimento solo ai temi dell’inclusione sociale di immigrati, ma c’è il richiamo alla solidarietà, soprattutto a quella intergenerazionale. Ciò perché una manovra economica di spesa corrente, tagli agli investimenti, aumento del debito futuro e nessuna misura di welfare per i giovani significa scaricare sulle generazioni future i costi delle scelte di oggi.

Si è arrivati alla manifestazione nazionale unitaria perché da parte del Governo non vi è stata nessuna disponibilità ad affrontare il dibattito sulla piattaforma di proposte che il sindacato aveva preparato fin dal mese di ottobre. Già la piattaforma iniziale, pur con toni pacati e nella fase in cui la manovra era ancora oggetto del ricercato braccio di ferro con l’Europa, indicava con nettezza che la scelta dei nostri principali sindacati resta quella di una politica economica keynesiana.

L’opinione sindacale vede come prioritarie le scelte che permettono di creare lavoro. Per questo si sottolineano tutte le misure che prevedono una ripresa degli investimenti sia in infrastrutture che attraverso provvedimenti fiscali e rilancio degli investimenti privati. Anche per il Mezzogiorno è attraverso una politica di forti investimenti pubblici e politiche per favorire nuovi insediamenti industriali che si ritiene possibile una politica di sviluppo e di nuova occupazione. Assieme allo Stato anche gli enti locali sono visti come soggetti essenziali per una ripresa di crescita economica, se vengono sottratti alle politiche di austerità e tagli dei trasferimenti che hanno penalizzato in questi anni sia gli investimenti territoriali che il turnover occupazionale.

Mettendo al centro investimenti e sviluppo, la piattaforma di ottobre critica ovviamente le misure “bandiera”, quota 100 e reddito di cittadinanza, ma anche le misure fiscali sono viste come inique e che finiranno per favorire l’evasione invece che combatterla. Le misure “bandiera” erano allora solo in fase di annuncio e trovavano nei sindacati obiezioni, si può dire, di tipo tecnico. Bene la lotta alla povertà, ma così non si crea il lavoro che potrà essere l’unica risposta efficace. Così come quota 100 è iniziativa a termine, non può diventare, così come delineata, strutturale, e non si prevede nulla per i giovani che rischiano di non maturare la pensione contributiva causa lavori intermittenti.

La risposta del Governo alla richiesta di discussione della piattaforma è stata quella del rifiuto di qualsiasi confronto. Ma a segnare che la strada scelta è quella della contrapposizione, e non solo la rinuncia alla intermediazione, è stata la continua escalation nelle polemiche.

Parallelamente alla discussione sulla Legge di bilancio, conclusasi poi negli ultimi giorni di dicembre con il famoso 2,4% di deficit diventato con consenso europeo 2,04% (tanto gli zeri non contano) e con una legge votata in un Parlamento espropriato delle sue competenze, si sono avute molte occasioni per discutere di investimenti e scelte pro o contro lo sviluppo. Non è stata solo la Tav a tenere animato il dibattito e pressoché tutte le categorie produttive, associazioni imprenditoriali e sindacati dei lavoratori, hanno a più riprese manifestato per sostenere la necessità di investimenti infrastrutturali e politiche di sviluppo.

Per Confindustria la risposta governativa è stata quella di minacciare l’uscita delle imprese a capitale pubblico dall’associazione delle imprese. Minaccia pesante per i conti confindustriali, ma insensata sul piano storico. Tornare a un’associazione a parte delle imprese del Tesoro rappresenterebbe un tentativo di sindacato giallo padronale che non troverebbe spazio per una propria contrattazione.

Anche verso i sindacati dei lavoratori il tono non è stato molto diverso. Con fare tipico dei bulli da bar si è minacciato di tagliare tutti i contributi pubblici che arrivano alle strutture sindacali. Contributi che però coprono servizi (vedi ruolo dei Caf per le dichiarazioni dei redditi) che altrimenti lo Stato dovrebbe assicurare in proprio o con altre strutture. E così, se anche qualche frangia sindacale pensava di avere un Governo amico, tutti hanno capito che la svolta c’è stata. Si vuole una decrescita e non lo sviluppo. Si chiama dignità del lavoro un lavoro in realtà meno libero di quello costruito negli ultimi anni. E così con volantini più combattivi della stessa piattaforma iniziale i sindacati hanno chiamato alla mobilitazione.

Si vedrà la capacità di mobilitazione, ma soprattutto l’aspettativa è vedere se i sindacati sono ancora strutture in grado di creare consenso su una piattaforma ideale ed economica. Dare una nuova capacità di iniziativa a chi vuole costruire un mondo migliore è la sfida dei sindacati oggi. Per meno di questo tanto vale ripiegarsi a essere solo una pallida rappresentazione della storica forza sindacale italiana.

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