DISOCCUPAZIONE/ La proposta europea che fa emergere i ritardi dell’Italia

- Giancamillo Palmerini

I cittadini europei sarebbero favorevoli a uno schema di condivisione del rischio disoccupazione. L’Italia rischierebbe di dover obbedir tacendo

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Lapresse

Dopo quelle di Abruzzo e Sardegna, anche le regionali della Basilicata sono, con uno storico “ribaltone”, alle spalle. Nelle prossime settimane la politica potrà, finalmente, dedicarsi alle elezioni europee. A questo giro oltre alle tradizionali liste popolari, socialisti e liberali si attaccheranno nel dibattito pubblico quelle sovraniste e populiste.

Il dibattito, almeno finora, si è concentrato sui barconi dei migranti provenienti dall’Africa, sulla Tav e sulla personale simpatia/antipatia tra i vari leader coinvolti. Sembra mancare, insomma, anche se non è una novità, un dibattito sulle grandi questioni sociali che alimentano, come noto, il consenso alle forze, a vario titolo.

Uno stimolo interessante lo offre, su questo versante, un recente studio dell’Inapp (l’ex Isfol) relativo all’ipotesi di misure che condividano il rischio contro la disoccupazione a livello europeo. Emerge così che solo un piccolo segmento della popolazione europea si opporrebbe all’introduzione di uno schema di condivisione del rischio disoccupazione, mentre in generale nei vari Paesi esaminati dal rapporto la maggioranza è favorevole a una misura di questo tipo. Vi sono, ovviamente, differenze nel grado di sostegno fra i Paesi, ma il consenso aumenta se lo schema fosse associato a politiche di investimento sociale, vale a dire a una combinazione adeguata di formazione, istruzione e politiche attive del lavoro, così come alla previsione che i beneficiari siano soggetti ad alcune condizioni, quali l’obbligo di accettare un’offerta di lavoro congrua.

Si immagina, però, che le misure siano gestite, ahimè, a livello nazionale. Una politica, quindi, gestita, potremmo dire in maniera sussidiaria. Qui, nel caso italiano, c’è il rischio di tornare alla sterile polemica interna. Si pensi a quanto duro è stato lo scontro nella scorsa legislatura sul Jobs Act e, in quella corrente, sull’implementazione del reddito di cittadinanza.

Un punto particolarmente sensibile delle critiche ai progetti dei due esecutivi è stato rappresentato proprio dalle politiche attive che si caratterizzano per un complesso assetto istituzionale e per molti dubbi sulla capacità effettiva di rendere concreto il principio di condizionalità che, a normativa vigente, già dovrebbe prevedere vincolante la partecipazione a questi percorsi per il godimento delle misure di sostegno al reddito.

Il rischio, o la speranza dipende dai punti di vista,  è che anche nelle politiche sociali, se una misura come quella immaginata fosse realmente realizzata a livello comunitario, l’Italia sarebbe, per l’ennesima volta, chiamata a obbedir tacendo e a recepire modelli che hanno avuto successo altrove.

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