RIFORMA PENSIONI E QUOTA 100/ I costi che frenano i cambiamenti alla Legge Fornero

- Gabriele Fava

La riforma delle pensioni con Quota 100 rischia di concretizzarsi in un palliativo. Serve un intervento più serio sul sistema previdenziale

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Il Governo ha recentemente varato la propria riforma pensioni, uno dei punti principali del “Contratto di Governo” sottoscritto tra i due player di maggioranza e tesa, nelle intenzioni del legislatore, ad attenuare le problematiche emerse a seguito del pesante intervento del 2012 a opera della Riforma Fornero. Come noto, infatti, si è assistito, negli ultimi anni, a un notevole inasprimento dei requisiti richiesti per la fuoriuscita dei lavoratori dal circuito lavoro, dovuti all’aumento dell’età pensionabile e degli anni di contributi richiesti per accedere al trattamento pensionistico. L’entrata in vigore del Decreto salva-Italia a opera del Governo Monti, infatti, ha comportato un immediato innalzamento dell’età pensionabile, i cui effetti si sono combinati con il previsto adeguamento dei requisiti pensionistici alla cosiddetta speranza di vita media.

Su tale presupposto ha preso piede il nuovo intervento previdenziale contenuto nel D.L. 28 gennaio 2019, n.4, approvato settimana scorsa dal Senato e trasmesso quindi alla Camera per la necessaria conversione in Legge, il cui fine dichiarato, in un contesto di tassi di disoccupazione giovanile ancora eccessivamente elevati, è l’agevolazione dell’uscita dei lavoratori al fine di consentire un più rapido ricambio generazionale della forza lavoro

RIFORMA PENSIONI E QUOTA 100: COME FUNZIONA

Con tale intervento legislativo, viene introdotta, per tre anni (fino al 2021), la possibilità di accedere alla pensione con un minimo di 62 anni di età e 38 di contributi, la cosiddetta “Quota 100“. Il sistema è basato sulla predisposizione di apposite finestre temporali trimestrali di accesso al beneficio, elemento quest’ultimo che comporta la decorrenza dell’assegno di pensionamento dopo tre mesi dalla maturazione del requisito di cui sopra. Nel pubblico impiego, invece, le finestre temporali sono di sei mesi, con prima data utile per l’accesso al beneficio individuata al primo agosto 2019. Particolare previsione, poi, è introdotta per i dipendenti del comparto scuola, i quali potranno accedere al beneficio unicamente dal primo settembre dell’anno in cui raggiungono i requisiti.

Ulteriore intervento in materia pensionistica di cui al decreto in parola è costituito dalla proroga di Opzione donna, che prevede la possibilità, per le lavoratrici dipendenti che hanno maturato, entro il 31 dicembre 2018, un’anzianità contributiva non inferiore a 35 anni e un’età anagrafica non inferiore a 58 anni, di chiedere l’accesso alla pensione optando per il calcolo con il sistema contributivo. Per quanto riguarda le lavoratrici autonome, invece, le stesse possono optare per tale calcolo se hanno maturato, sempre entro il 31 dicembre 2018, un’anzianità contributiva non inferiore a 35 anni e un’età anagrafica non inferiore a 59 anni. Tramite il decreto, poi, viene prorogata di un anno la possibilità di accedere all’Ape sociale, riguardante lavoratori con almeno 62 anni di età e 30 o 36 anni di contributi a seconda della tipologia di appartenenza.

Il Decreto Quota 100 contempla, infine, la possibilità accedere alla pensione anticipata, nel periodo compreso fra il 2019 e il 2026, con un’anzianità contributiva, a prescindere dall’età anagrafica, non inferiore a 41 anni, nonché la cristallizzazione dal 1° gennaio 2019, dei requisiti contributivi per la pensione anticipata in 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne.

RIFORMA PENSIONI E BILANCIO PUBBLICO

Per concludere, l’intervento del Governo, apprezzabile nel tentativo di mettere mano alle gravi distorsioni create dalla Riforma Fornero, deve necessariamente essere messo a confronto con complesse esigenze di equilibrio del bilancio pubblico, con un costo stimato per il periodo 2019-2026 valutato intorno ai 40 miliardi di euro. Inoltre, la riforma pensioni, dato il suo carattere sperimentale, rischia di concretizzarsi in un mero palliativo momentaneo a una situazione, quella del sistema pensionistico italiano, che avrebbe, invece, necessità di un serio intervento di riforma strutturale che sappia bilanciare le esigenze di bilancio, del mercato del lavoro e dei cittadini.

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