REDDITO DI CITTADINANZA/ I deficit che lo trasformano in sussidio di povertà

La riforme dei Centri per l’impiego non pare in grado di poter sostenere la parte di politica attiva per il lavoro del reddito di cittadinanza

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LaPresse

Il pilastro portante del reddito di cittadinanza sarà la riforma dei Centri per l’impiego (Cpi) affidata al prof. Domenico Parisi, neo-Presidente Anpal, famoso per aver progettato il “modello Mississippi”, che in otto anni è riuscito a creare 50.000 posti di lavoro. Il punto di forza di tale successo sta nella digitalizzazione per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Ci saranno due piattaforme, il Siulp (Sistema informativo unitario delle politiche del lavoro), situato presso Anpal, che avrà il compito di coordinare i Centri per l’impiego, e il Siuss (Sistema informativo unitario dei servizi sociali), situato presso il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali per il coordinamento dei comuni nei programmi di assistenza sociale.

Tali piattaforme permetteranno di verificare l’avvenuta sottoscrizione del patto per il lavoro, il rispetto della condizionalità, visionare le informazioni sui progetti attivati per l’inserimento lavorativo e il rispetto degli appuntamenti fissati tra beneficiario e operatori dei Centri per l’impiego, il caricamento delle vacancy da parte delle imprese e la realizzazione del fascicolo elettronico del lavoratore. Le piattaforme digitali saranno affiancate da call center per la risoluzione dei problemi relativi alle iscrizioni o altre esigenze generali.

In questa logica cambia del tutto l’aspetto dei Cpi, i quali diventeranno “hub” che riceveranno gli utenti in base ad appuntamenti prefissati, per offrire prestazioni di tipo specialistico come, ad esempio, un colloquio di orientamento con uno psicologo del lavoro. Il punto di riferimento, per una buona gestione dei Cpi, potrebbe essere il sistema della Dote unica del lavoro (Dul), operativo in Regione Lombardia già da anni e recepito anche dal decreto n. 150/2015 a livello nazionale. Esso rappresenta un modello di gestione integrata dei servizi per il lavoro che, in un sistema di cooperazione tra il pubblico e il privato, pone la persona al centro dei servizi stessi.

L’essenza della Dul consiste nel concedere all’utente la possibilità di scelta dell’operatore accreditato che preferisce. In questo modo, i quasi-mercato dei servizi per l’impiego stimolano la concorrenza tra gli operatori per acquisire il massimo possibile di utenza. Gli utenti sono suddivisi in classi di bisogno e alle fasce più difficili da collocare è assegnata una premialità maggiore, per scoraggiare il cherry picking o creaming dell’utenza da parte degli operatori che, a parità di dote, potrebbero preferire gli utenti più facilmente collocabili. I criteri utilizzati per la profilazione degli utenti sono la distanza dal mercato del lavoro (misurata dalla durata della disoccupazione), il titolo di studio, l’età e il genere.

Vi sono due tipi di “dote” a seconda che si persegua il percorso d’inserimento nel lavoro dipendente o nell’autoimprenditorialità. Sono previsti incentivi regionali riconosciuti al datore di lavoro dopo un anno dall’assunzione. Inoltre, l’operatore riceve la remunerazione del servizio di inserimento lavorativo dell’utente che aveva in carico solo a dote chiusa, cioè quando l’utente ottiene un contratto di almeno sei mesi. In questa prospettiva un inserimento lavorativo, anche di breve periodo, va considerato un passo avanti in un processo di riattivazione che, prima o poi, porterà a trovare un lavoro. Il successo del progetto è stato infatti la capacità di liberare molte persone dal loro stato di scoraggiamento, riattivandoli.

Il piano di revisione dei Cpi previsto dal Governo prevede un rafforzamento dell’organico. Allo stato attuale esistono 552 Centri per l’impiego, sparsi sul territorio nazionale, gestiti dalle regioni, nati dalle spoglie dei vecchi Uffici di collocamento. I dipendenti sono circa 8.000, a fronte dei 100.000 della Germania e i 45.000 della Francia. Se si considera che il numero dei beneficiari del reddito di cittadinanza sarà all’incirca di 6 milioni di persone, va da sé che tale rafforzamento è indispensabile.

Nasce la figura dei navigator, soggetti che dovranno agevolare l’inserimento lavorativo dei beneficiari del reddito di cittadinanza. Figura alquanto ambigua in quanto, se da un lato il navigator dovrà trovare lavoro stabile a coloro i quali non hanno occupazione, dall’altro, egli stesso sarà impiegato mediante la formula della collaborazione coordinata e continuativa, emblema del precariato. Non mancano pesanti risvolti giuridici poiché non è possibile utilizzare tale forma contrattuale per i soggetti in organico ai Centri per l’impiego. Di fatto la sentenza della Corte di Cassazione – n.3314/2019 – ha riconosciuto l’inadeguatezza dei Co.Co.Co per i soggetti che svolgono compiti finalizzati all’erogazione dei servizi propri del centro. Se così fosse, si getterebbero le basi per un contenzioso molto oneroso per le casse dello Stato.

Per quanto riguarda le strutture, che ospitano i Cpi, saranno riqualificate e rese più accoglienti e riconoscibili attraverso la creazione di un logo, una logistica comune a livello nazionale. Già dal mese di marzo i cittadini potevano fare richiesta per il reddito di cittadinanza, presupponendo che la revisione dei Cpi sia già avvenuta. Considerando i dati dell’esperienza tedesca, presa come “modello” dal Governo italiano, la Germania per entrare a regime ha impiegato quattro anni reclutando 100mila addetti per gestire 6 milioni di persone, più o meno la stessa platea che si punta a soddisfare in tre mesi con un investimento minimo e 4mila assunzioni. Di qui è palese che il disegno di legge sembra ben articolato, ma i tempi sono ristretti e, probabilmente, insufficienti per un progetto tanto ambizioso. In tale prospettiva, dunque, seppur temporaneamente, il reddito di cittadinanza rischierebbe di essere svuotato della sua funzione “attiva”, riducendosi a un mero sussidio di povertà.

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