RIDURRE L’ORARIO DI LAVORO?/ La terza via tra Tridico e Boccia

- Giuseppe Sabella

Tridico ha rilanciato l’ipotesi di diminuire l’orario di lavoro per favorire l’occupazione. In realtà, la misura potrebbe avere un altro scopo

lavoro operaio fabbrica attività
(LaPresse)
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“Lavorare meno per lavorare tutti”: non siamo negli anni ’70 quando il problema occupazionale suggerì al sindacato quest’idea, ma siamo ai giorni nostri, quando a riproporre la suggestione non è il sindacato bensì Pasquale Tridico, Presidente Inps e figura vicina a Luigi Di Maio. Nel frattempo, si apre un timido dibattito in cui si inserisce il Presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, secondo il quale la produttività è legata all’orario di lavoro e, avendo già il nostro Paese problemi con la produttività, non si deve ridurre l’orario.

Anzitutto, non è così scontato che l’idea del lavorare meno corrisponda a quella del lavorare tutti: certamente la cosa potrebbe comportare degli effetti occupazionali interessanti in un Paese come la Germania, in cui è il sistema organizzato della grande impresa a trainare l’economia; ma in Italia, laddove è la Pmi a costituire l’ossatura produttiva, l’effetto sarebbe diverso. Ciò non significa che l’idea sia da buttare, anzi…

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Come sappiamo, il livello dei salari in Italia è piuttosto stagnante da circa 20 anni: dal 2000 al 2017 si è registrata una crescita media soltanto di 400 euro all’anno, mentre nello stesso periodo in Germania la crescita media è di 5mila euro annui e in Francia di 6mila euro annui. Per questo motivo, nel nostro Paese – soprattutto negli ultimi anni – nello scambio tra impresa e lavoro sono sempre più entrati elementi che da una parte vanno a rafforzare il potere d’acquisto (i cosiddetti flexible benefits), dall’altra vanno nella direzione di crescere strumenti di welfare: dalla formazione, alle misure previste per l’assistenza e la previdenza complementare, a tutto ciò che in azienda costituisce valore per lavoratrici e lavoratori (la specifica è dovuta non solo per questioni di genere, ma anche perché le esigenze delle une possono essere diverse da quelle degli altri).

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Oltre ai salari che non crescono, occorre tener presente quel che avviene a livello di tassazione sul lavoro e di produttività. Proprio in questi giorni, l’Ocse ha reso noti i risultati del consueto rapporto “Taxing wages” e, ancora una volta, nel nostro Paese si registra un aumento delle tasse sul lavoro: tra il 2017 e il 2018, infatti, il cuneo fiscale è aumentato di 0,2 punti percentuali, passando dal 47,7% al 47,9% (per un lavoratore medio single senza figli) e attestandosi di quasi 12 punti sopra la media Ocse, che è del 36,1% (36,2% nel 2017). Si tratta del terzo cuneo fiscale più alto tra i 34 paesi dell’area Ocse, dopo il Belgio (52,4%) e la Germania (49,5%), dove però i salari sono più alti del 30%. Tra il 2000 e il 2018, il cuneo fiscale in Italia è salito dello 0,8%, passando dal 47,1% al 47,9% per un lavoratore medio single senza figli, contro un decremento nei Paesi Ocse dell’1,3%, dal 37,4% al 36,1%.

Il basso livello dei salari italiani si spiega, naturalmente, non solo con l’alto cuneo fiscale, ma anche con la scarsa crescita della produttività: nel periodo 1995-2015 – fonte Istat – la produttività del lavoro è aumentata a un tasso medio annuo dello 0,3%. La crescita della produttività in Italia è risultata, infatti, decisamente inferiore alla media Ue (+1,6%) e all’area euro (+1,3%). Tassi di crescita in linea con la media europea sono stati registrati per Francia (+1,6%), Germania (+1,5%) e Regno Unito (+1,5%). In Spagna il tasso di crescita (+0,6%) è stato più basso della media europea, ma più alto di quello italiano.

Naturalmente, la produttività oltre che dal fisco è frenata da altri fattori di sistema come la burocrazia invasiva, la giustizia lenta, gli alti costi energetici e la debolezza della rete infrastrutturale. Resta il fatto che nel nostro Paese va registrata la difficoltà di costruire uno scambio virtuoso tra impresa e lavoro.

Soprattutto per questo motivo, l’ipotesi della riduzione dell’orario va vista con la giusta attenzione, perché il benessere dei lavoratori, come si diceva prima, è sempre più elemento che entra nello scambio; chiaro che la riduzione dell’orario possa andare in questa direzione. Laddove, inoltre, vi sono casi di riduzione dell’orario, vi è la produttività individuale che cresce e, infine, compito che le rivoluzioni industriali hanno storicamente assolto è quello di emancipare il lavoro dalla fatica. Nell’era di Industry 4.0 l’emancipazione è sempre più nel segno della conciliazione vita-lavoro. Che non significa, automaticamente, distribuzione del lavoro, al di là del gap di ore lavorate che si viene a creare. Di questi tempi, è la stessa tecnologia a colmare questo gap.

Twitter: @sabella_thinkin

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