PIL E LAVORO/ La lezione dell’Ue su come ridurre i nostri disoccupati

- Giancamillo Palmerini

Negli ultimi anni le politiche messe in campo in Europa per combattere la disoccupazione hanno prodotti risultati. Ma l’Italia resta indietro

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LaPresse

In Europa il numero di persone disoccupate da oltre un anno è raddoppiato nel periodo tra il 2007 e il 2013. All’apice della crisi questa condizione ha coinvolto ben circa 12 milioni di persone in tutta l’Unione europea. Affrontare, e sconfiggere, il “mostro” della disoccupazione era diventata, quindi, una delle sfide chiavi contenute nell’agenda per la crescita e il lavoro presentata, ormai quasi 5 anni fa, dal Presidente della Commissione europea Juncker.

Con la ripresa economica degli anni scorsi (anche tiepidamente in Italia) l’andamento della disoccupazione è migliorato, ma nella maggior parte dei paesi membri la quota di disoccupati di lunga durata ha continuato, inesorabilmente, ad aumentare con terribili, e immaginabili, conseguenze sociali. In questo contesto, nel 2016 è stata adottata una raccomandazione del Consiglio sull’integrazione dei disoccupati di lungo periodo nel mercato del lavoro. Il documento mirava a rispondere alle paure collegate a questo fenomeno promuovendo una serie di misure per accelerare il ritorno al lavoro nel breve/medio periodo per chi, a vario titolo, lo ha perso.

In particolare la raccomandazione invitava gli Stati membri a incoraggiare la registrazione dei disoccupati di lunga durata presso un Centro per l’impiego, ad aumentare il sostegno individualizzato per i disoccupati di lungo periodo attraverso una valutazione dettagliata dei bisogni e la “garanzia” (per tutti) di un accordo finalizzato all’integrazione lavorativa al più tardi entro 18 mesi, a migliorare la qualità del sostegno offerto alle persone coordinando i servizi disponibili nei territori per i disoccupati di lunga durata attraverso un unico punto di contatto e a incoraggiare e sviluppare partnership tra datori di lavoro, parti sociali, servizi sociali e per il lavoro, autorità governative, scuole e agenzie formative.

Ciò premesso, negli ultimi cinque anni, l’Unione europea ha registrato una crescita (in?)interrotta, almeno per le istituzioni europee, alla quale si è accompagnata una ripresa degli investimenti e una forte domanda dei consumatori. La continua creazione di posti di lavoro ha portato, quindi, a il numero record di 240 milioni di persone occupate in Europa. Anche il tasso di disoccupazione di lunga durata è, quindi, diminuito dal 5,2% nel 2013 al 3,5% nel 2017.

Dall’adozione del Raccomandazione prima citata, insomma, il numero di disoccupati di lunga durata è diminuito di oltre 2,5 milioni. Tuttavia, come emerge da uno studio pubblicato solo pochi giorni fa, la situazione è molto diversificata in Europa e in alcuni Stati membri si deve ancora ritornare a registrare i livelli pre-crisi.

In questa prospettiva si deve sottolineare come il nostro Paese si sia dotato, con il Jobs Act, di uno strumento dedicato, ma almeno fino a oggi non troppo efficace, di politica attiva definito assegno di ricollocazione. Nei prossimi giorni verrà lanciato un necessario piano di potenziamento dei servizi e delle politiche del lavoro ormai, a prescindere dal reddito di cittadinanza, improrogabile. Sarebbe, tuttavia, necessaria una riflessione, seria e non partigiana, sulle scelte, e gli errori, del passato guardando anche, in maniera non ideologica, a esperienze europee di successo e che potrebbero essere implementate, con i dovuti correttivi, anche da noi.

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