DOPO IL 1° MAGGIO/ Così il Papa e Mattarella ci hanno salvato dal “rito stanco”

- Gerardo Larghi

La Festa del lavoro di ieri ha rischiato di essere un rito stanco. Le parole di Papa Francesco e Mattarella ricordano però l’essenza di questa ricorrenza

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Le ricorrenze non sono più sentite dalla gente. Nessuno va più in piazza. Le piazze sono vuote e invece bisognerebbe che la gente ci andasse di più. Internet e il suo solipsismo (altresì detto onanismo digitale), hanno sostituito la partecipazione diretta. Frasi che rimbombano per tutto l’anno nelle orecchie di chi non è di primo pelo. Poi arrivano le grandi feste: 25 aprile, 1 maggio e via discorrendo. E ti cadono le braccia o le brache, a scelta.

Frasi pescate ieri un po’ a caso qua e là: Mattarella: “Creare lavoro un dovere”; Landini: “Sicurezza non è armare, ma non morire”; “Di Maio rilancia il salario minimo”; “No alle morti sul lavoro”. Tutta roba vera, tutta roba giusta e poi, per carità, si tratta di titoli. Ma davvero crediamo che questi discorsi riportino la gente in piazza e ridiano vita a festività che i salotti buoni hanno decretato essere ormai “sorpassate e non sentite”? Cioè traducendo dal linguaggio della borghesia anti-operaia nella lingua quotidiana: a noi personalmente non ci dice nulla e quindi è chiaro che questa è roba vecchia. Stantia.

Eppure non è così. Non lo è mica per il sentiment, la passione e il romanticismo, le lacrime e la commozione, che ci si mette nello sfilare o nell’aspettare sotto l’acqua l’ennesima filastrocca finto rap a ritmo di decasillabo tronco, del cantante stonato di turno. No. Il dato vero è che se questa Festa del Primo Maggio è una delle poche festività mondiali, lo si deve al fatto che è anzitutto una festa dell’umanità. Non è mica un caso che uno che di questi temi se ne intende davvero, Papa Francesco, ha lasciato stare i messaggi politici e le lagne pseudo intellettuali per andare dritto al cuore del problema: «Preghiamo per chi non ha impiego, è una tragedia mondiale». E non è neppure un caso che abbia evocato una figura un po’ demodè, cioè vecchio stampo, una roba da copertina dei rotocalchi di qualche secolo fa, come san Giuseppe Lavoratore di cui, sia detto per ricordarlo, ricorreva ieri la festività: «La figura dell’umile lavoratore di Nazareth ci orienti sempre verso Cristo; sostenga il sacrificio di coloro che operano il bene e interceda per quanti hanno perso il lavoro o non riescono a trovarlo». C’è dentro quel che serve. Tutto, nessuna parola di troppo.

Operare per il bene, creare lavoro e offrirlo agli altri, intercedere e seguire un umile lavoratore, perché questa è una strada che orienta verso il destino dell’uomo e il suo compimento.

Occorre però dire che nella stessa direzione si sono mossi anche alcuni altri leader. In primis Sergio Mattarella, al quale poveretto la sorte ha riservato un lavoraccio brutto come quello di fare il Presidente di questa sgangherata repubblica: «Senza lavoro rimane incompiuto il diritto stesso di cittadinanza, la dignità dell’individuo ne rimane mortificata, la solidarietà sociale e la stessa possibilità di sviluppo della società ne rimangono compromesse». Molto più laico, direte voi: sì ma in fondo siamo lì. Mica potevamo chiedergli di citare Cristo (a proposito: ma secondo voi Gesù per almeno 16 anni fu un apprendista, un operaio, un artigiano o un imprenditore? O fu tutto questo insieme? Oppure a Lui non fregava nulla delle definizioni e si godette la condizione di lavoratore che costruisce il mondo per finire l’opera del Padre?). Vuoi mettere cosa sarebbe saltato fuori? Vuoi mettere come l’avrebbero insultato, che so, un Landini, un Salvini o, absit iniuria verbis, perfino un Grillo?

Lavoro è umanità, cioè è la strada verso la felicità, il destino ultimo cui tutti aspiriamo. E quindi se non c’è lavoro, se non lo si trova o non lo si cerca, che sono antropologicamente condizioni uguali anche se non lo sembrano, siamo un po’ meno umani, cioè meno simili a Cristo.

Fatevi un giro sui social. Sembra di essere rimasti a 50 anni fa. Mancano solo gli slogan retrò, poi il resto c’è tutto. Chiunque, qualunque leader, anche sindacale, ieri abbia anche solo sfiorato temi politici attuali è stato sommerso di insulti, di evviva o improperi, di richieste di spiegazioni o applausi a prescindere, di precisazioni all’insegna del “perché non si parla anche di…”. Cioè è stato trascinato nella polemica quotidiana, sommerso dal brusio del “devo far sapere a tutti quel che penso anch’io, anche se non ne penso nulla, perché almeno così sono vivo”.

I soli a esserne usciti indenni, sono coloro che davvero hanno seguito la ragione che ha condotto il mondo a fermarsi e riflettere, per un giorno, sul senso di quel che fa, o non fa, o cerca per fare, o cerca per evitare di fare, nei restanti 364. Perché questo è il Primo Maggio: una Festa del Lavoro inteso come occasione per festeggiare ciò che ci rende davvero uomini e donne a pieno titolo.

Perché in fondo la prima azione del buon Dio non è stata forse quella di lavorare? Creò, cioè fabbricò; e poi donò, cioè commerciò (ma Lui gratuitamente), distribuendo sulla terra i prodotti del Suo stesso fare. E poi si riposò: perché il lavoro è importante ma anche il riposo, cioè la riflessione e il pensiero, lo sono.

E in fondo non può essere un caso che questo sia anche stato l’asse portante della sola donna che oggi guida un sindacato confederale nazionale, Annamaria Furlan, segretaria nazionale della Cisl: “lI lavoro non consente distinzioni ma accomuna, unisce e valorizza, crea ponti e mette al centro la persona”. Rinviando poi alla memoria delle tante battaglie sindacali combattute per eliminare lo sfruttamento, per rendere il lavoro un’attività umana, degna di essere umana, ha concluso: “Il lavoro dà dignità e una effettiva cittadinanza come hanno ricordato oggi il Capo dello Stato Mattarella e Papa Francesco. Grazie per le loro parole importanti sul valore del lavoro. Questi sono i riferimenti culturali e morali che uniscono e che noi preferiamo”. Anche noi.

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