RIFORMA PA/ Giulia Bongiorno cade nella trappola di Madia e Brunetta

- Luigi Oliveri

Giulia Bongiorno ha parlato della riforma della Pubblica amministrazione che ha in mente. Il suo piano presenta però qualche difetto

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Giulia Bongiorno (Lapresse)

La riforma della Pubblica amministrazione continua a girare intorno alle solite questioni senza tuttavia riuscire a centrare i reali problemi. Il ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, ha rilasciato al quotidiano La Verità lunedì 18 marzo un’intervista in cui sintetizza i contenuti salienti delle due iniziative normative con le quali intervenire per migliorare l’efficacia della Pa.

Non si può certo muovere una critica sulla circostanza che i temi sui quali insiste siano soliti e ripetuti: la riforma della dirigenza e i sistemi per garantire l’effettiva presenza in servizio. Se, infatti, questi argomenti sono sostanzialmente sempre al centro dell’attenzione è ovviamente perché l’ondata continua di norme che si succedono dal 1993 a oggi non è riuscita ad assestare un sistema soddisfacente. I punti critici, quindi, sono altri. Soprattutto, le prospettive di riforma immaginate dal Ministro Bongiorno non sembra dispongano di particolari tassi di originalità e diversificazione rispetto all’impostazione data a suo tempo (ormai 10 anni fa) dall’allora Ministro Brunetta e ripetute, sia pure con poche variazioni, negli ultimi anni, riforma Madia compresa.

Guardiamo alle idee di fondo della riforma della dirigenza sintetizzate dal Ministro. La prima è l’osservazione – sulla quale non si può che concordare – secondo la quale attualmente in molti casi gli obiettivi per incentivare i dirigenti (come anche gli altri impiegati) sono autodeterminati dalle strutture e non di rado sono modesti, sì da dar vita a un sistema inefficace. La seconda è la proposta di definire obiettivi “oggettivi” con una valutazione affidata a soggetti terzi, gli stessi che determineranno gli obiettivi, estranei alla Pubblica amministrazione, i quali terranno conto anche del giudizio degli utenti.

Alcune osservazioni si impongono. Il coinvolgimento di soggetti esterni nel fissare gli obiettivi e poi valutarli può essere considerato efficiente e a garanzia della terzietà di giudizio. Tuttavia, è estremamente serio il rischio di creare un apparato altamente astratto e non in grado di creare un sistema di valutazione adeguato: le modalità operative e di produzione dei servizi che caratterizzano la Pubblica amministrazione sono peculiari e lontanissime (per tipologia, vincoli, controlli, responsabilità erariali) da quelle proprie del privato. Ingaggiare un soggetto esterno alla Pa, per questo non consapevole delle sue particolarità, è spesso garanzia di fallimento.

D’altra parte, il Ministro Bongiorno potrebbe facilmente trarre spunto dall’esperienza: proprio il Ministro Brunetta, esattamente per i medesimi fini, aveva costituito la Civit, naufragata malamente senza aver mai proposto nessun utile sistema di valutazione, senza aver mai indicato nessun obiettivo concreto per il miglioramento della Pa. Ripetere gli stessi errori non è il caso. Desta, quindi, qualche preoccupazione il fatto che il Ministro Bongiorno, richiesta di spiegare cosa intenda per organismo “terzo” di valutazione, oltre a rispondere che debba essere composto da soggetti estranei alla Pa afferma anche che si tratta di uno dei punti sui quali “si sta ancora lavorando”: segno che se gli intenti sono commendevoli e condivisibili, i percorsi appaiono tutt’altro che semplici.

Anche perché sembra proprio, vista l’insistenza sul “giudizio” dei cittadini, che si scambi la valutazione dei risultati con un giudizio di gradimento. Si tratta, invece, di cose assai diverse. I risultati sono l’esito di un processo operativo, composto da una programmazione, l’individuazione dei mezzi (risorse finanziarie, strumentali, di controllo e personale) per attuare il programma attraverso un progetto, la verifica periodica dell’andamento, indicatori di risultato e un resoconto finale del grado di raggiungimento, vincolato agli indicatori fissati.

Si tratta di processi complessi e onerosi, che meriterebbero obiettivi di ampia portata: la capacità complessiva di un ente di accelerare i tempi di pagamento; oppure di garantire la riduzione dei costi economici di produzione di un servizio o di un bene; oppure, ancora, di tornare a produrre al proprio interno attività prima affidate all’esterno, con minori costi. Ma, a questo fine occorre conoscere con esattezza i valori economici degli oneri della produzione e disporre di metriche del lavoro capaci di definire tempi, modi, sistemi di produzione.

Tutto ciò meriterebbe, quindi, obiettivi di portata molto elevata e, quindi, collegare i risultati a eventi di rilevantissime dimensioni. Non si deve dimenticare che, almeno per quanto riguarda il personale non avente qualifica dirigenziale, mediamente (specie nel comparto regioni enti locali) l’ammontare dei premi di risultato non supera i 1.500 euro lordi. Nel privato, chiamato ad esempio dal Ministro Bongiorno, non si sognerebbero di dedicare risorse organizzative così complesse per erogare somme così contenute: infatti, fanno ampio ricorso alla quattordicesima o all’anzianità di servizio e riservano i premi a sensibili incrementi di fatturato o a modifiche rilevanti dei sistemi di produzione o ampliamenti della rete della clientela.

Che manchi ancora l’idea di definire metriche del lavoro chiare e standard lo comprova anche la seconda linea di intervento: gli strumenti biometrici per garantire la presenza al lavoro dei dipendenti. Sia chiaro: ben venga ogni modalità tecnica capace di ostacolare la vera e propria intollerabile truffa di chi finge di essere al lavoro mentre si interessa a tutt’altro. È però evidente che l’assenteismo può allignare solo se non si ha esatta conoscenza di cosa i dipendenti debbano fare. Casi di decine o centinaia di dipendenti che si assentano possono verificarsi solo perché, al di là di controlli carenti, evidentemente manca la misurazione non solo di risultati connessi a obiettivi, ma persino della prestazione lavorativa base.

La vera riforma della Pa, allora, consisterebbe nel prendere atto che decine di anni di tentativi sono andati, fin qui, a vuoto e che occorrerebbe cambiare decisamente e radicalmente strada. Ogni continuità col passato, purtroppo ben visibile anche nell’intento di riforma del Ministro Bongiorno, non pare possa aprire orizzonti troppo diversi da quelli già noti.

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