SPILLO/ I veri nemici delle politica industriale

- Gianfranco Fabi

Per tanto tempo, ricorda GIANFRANCO FABI, l’intervento dello Stato nell’economia ha creato più svantaggi che vantaggi. Bisogna quindi correggere la politica industriale italiana

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“Anche nelle maggiori strettezze i denari del pubblico si trovan sempre, per impiegarli a sproposito”. È una citazione del XXVIII capitolo dei Promessi sposi che occupa la prima pagina del libro che Franco Debenedetti, imprenditore, senatore, ora presidente dell’Istituto Bruno Leoni, ha dedicato alla politica industriale. Una citazione che sintetizza nella maniera più efficace la parabola dell’intervento dello Stato nell’economia negli ultimi ottant’anni. “Siamo quasi coetanei”, afferma subito Debenedetti: “Lei, la politica industriale, del 1930, io del 1933”, e l’autore fa subito capire di essere molto più in forma, nonostante gli ottant’anni e passa, di quella vecchietta che conduce una vita di stenti, spesso evocata, ma sempre meno efficace, anzi molto spesso dannosa.

In questo libro si ripercorrono quindi le vicende che hanno accompagnato l’economia italiana soprattutto nell’ottica dell’intervento dello Stato e della sua pretesa di indirizzare, sostenere, premiare settori particolari dell’economia ritenuti strategici per le più varie ragioni, con in primo piano comunque quella di difendere l’occupazione ed evitare i licenziamenti.

Una pretesa messa in luce dal titolo: “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti – L’insana idea della politica industriale” (ed. Marsilio, pagg. 336, € 18). Ma il libro non è solo una storia dell’economia italiana, ma è soprattutto un’analisi critica in cui i fatti della storia si intersecano con il dibattito degli economisti e in cui le vicende della politica mettono in luce i sempre difficili rapporti tra Stato e mercato. 

Proprio il mercato costituisce la pietra di paragone con cui fare i conti, un mercato che proprio perché nasce dalle scelte individuali ha tutte le potenzialità per rispondere alle esigenze delle persone, ma un mercato che dallo Stato si aspetta di essere messo in condizione di funzionare al meglio garantendo la trasparenza, impedendo la formazione di cartelli o monopoli, contrastando le rendite di posizione. 

In Italia invece lo Stato è stato a lungo e continua a essere particolarmente invadente sul fronte dell’economia. Dalla fondazione dell’Iri negli anni ’30 al pachiderma delle partecipazioni statali nel secondo dopoguerra, l’Italia è stata per anni il Paese europeo occidentale con la maggior quota di controllo pubblico sul sistema economico: dall’industria ai servizi, dalle banche alle assicurazioni. Poi dagli anni ’90 il peso del debito e le regole europee hanno imposto una stagione di privatizzazioni con risultati peraltro non sempre pari alla attese.

La logica del mercato e i vantaggi che un’economia libera può comportare hanno comunque fatto molta strada. Dove ha potuto soffiare il vento della concorrenza, pensiamo alla telefonia mobile, si sono avuti insieme riduzioni delle tariffe e innovazione nei servizi. Un mercato ben regolato non è più sostanzialmente messo in discussione. “A mancare, paradossalmente, – sottolinea nelle conclusioni Debenedetti – è proprio la fiducia nello Stato, nella sua capacità di garantire che il mercato funzioni correttamente, che a tutti sia assicurato accedervi e a nessun precluso dal permanere di posizioni di rendita”.

È questa ora la sfida da affrontate. Ridare allo Stato la dimensione che gli è propria probabilmente facendo fare alla politica un passo indietro e alle istituzioni un passo in avanti.





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