IDEE/ La “fabbrica intelligente” che serve all’Italia

- Gianfranco Fabi

Si sente spesso parlare di fabbrica intelligente. Il termine, ricorda GIANFRANCO FABI, è stato usato per la prima volta nel 1980 da Vittorio Merloni, recentemente scomparso

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La figura e l’esperienza di Vittorio Merloni sono state ricordate nelle scorse settimane sotto molti aspetti. La sua scomparsa è stata quasi una scossa a una classe imprenditoriale che sta vivendo uno dei periodi più complessi dal Dopoguerra a oggi. All’inizio degli anni ’80 quella di Merloni, succeduto a Guido Carli, fu una presidenza della Confindustria caratterizzata da un forte e continuo richiamo ai valori della persona, alla collaborazione all’interno delle imprese, alla necessità di costruire una visione comune dell’attività economica.

È ormai entrato nell’uso comune, quando si parla di innovazione nell’ambito della produzione industriale, parlare di “fabbrica intelligente”. Cioè di un sistema di lavoro in cui gli operai non sono solo i semplici esecutori di una procedura ripetitiva, ma in cui l’interazione tra gli uomini e le macchine è essenziale e in cui c’è un continuo aggiornamento dei sistemi automatizzati di lavorazione e di controllo. Ebbene, il termine “fabbrica intelligente” è stato usato per la prima volta nel 1980 da Vittorio Merloni nel suo primo discorso da presidente della Confindustria. Un discorso in cui si tratteggiavano, con grande efficacia e con altrettanto spessore di umanità, i temi centrali dello sviluppo industriale. 

Proprio quel discorso è uno dei capitoli del libro che Valeriano Bollani e Paolo Pettenati hanno dedicato all’imprenditore marchigiano recentemente scomparso: “Vittorio Merloni, un imprenditore olivettiano” (Ed. Il Mulino, pag. 280, euro 15). Un libro che mette in prima fila i punti forti del pensiero e dell’azione di Merloni con un richiamo esplicito, fin dal titolo, a un altro grande imprenditore come Adriano Olivetti. Quello che accomuna Merloni e Olivetti è soprattutto l’idea di guidare un’impresa che nasce nel territorio e al territorio deve restituire la ricchezza prodotta non solo in termini materiali, ma soprattutto in termini di capitale sociale e di valori collettivi.

Come scrive l’imprenditore Enrico Loccioni nell’introduzione: “Il forte legame dell’impresa di Vittorio con il territorio d’origine non impedì la straordinaria crescita internazionale che tutti conosciamo; è anzi proprio la ‘territorialità’ che ha consentito a tutte le risorse umane coinvolte localmente di sostenere uno sforzo comune e vincere la sfida di un mercato altamente competitivo in cui la Merloni entrava da buona ultima”.

Non senza rivendicare un ruolo fortemente propositivo a livello imprenditoriale con la capacità di mettere al centro costantemente il valore della persona. Per esempio, uno dei punti forti del ricordato discorso è quello in cui Merloni sottolinea come “dobbiamo riconoscere che con questa Scuola, questo Stato e questa Fabbrica non saremo in grado di vincere la sfida degli anni Ottanta”. La scuola al primo posto perché “ha continuato a ispirarsi a modelli che non solo danneggiano la vita economica delle imprese, ma anche i processi formativi dei giovani”.

E poi lo Stato che “non fornisce quella organizzazione moderna dei servizi che né la fantasia, né la capacità innovativa degli imprenditori possono sostituire”. E non meno importante la fabbrica che, appunto, deve essere “intelligente”, con lavoratori “sempre più professionalizzati e preparati che esigono modelli di lavoro, responsabilità e retribuzioni che tengano conto dell’impegno e della professionalità”.

Uomini come Merloni hanno segnato lo sviluppo industriale in anni difficili come gli ultimi decenni del secolo scorso, hanno saputo sfruttare le occasioni di crescita nella modernizzazione, hanno realizzato modelli di responsabilità sociale al di fuori degli schemi e dei modelli teorici.







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