LE IDI DI OTTOBRE/ Quando Cadorna non voleva andarsene dopo Caporetto

- Stefano Bressani

Nell’ottobre 1917 l’Italia era di fatto agli ordini del generale Luigi Cadorna. Un dittatore che, sconfitto a Caporetto, scaricò la responsabilità sui “vili” italiani…

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La disfatta di Caporetto

Centrotré anni fa, in questi giorni di fine ottobre, l’Italia era di fatto agli ordini di un dittatore. Ma era un dittatore sconfitto, il generale Luigi Cadorna: che il 28 ottobre 1917 fuggiva dal comando supremo di Udine assieme a milioni di soldati e profughi sbandati dopo lo sfondamento di Caporetto.

Aveva da tempo “pieni poteri”, il capo di Stato maggiore: che a differenza di tanti alti gradi militari di allora aveva sempre disdegnato di metter piede in un’aula parlamentare. Dopo anni di grande guerra, tuttavia, Cadorna non solo dirigeva personalmente le operazioni belliche, ma governava la militarizzazione dell’industria, sorvegliava direttamente l’ordine pubblico nel fronte interno attraverso le guarnigioni cittadine, tesseva perfino le relazioni diplomatiche con le altre potenze in guerra. Era lui che riceveva i ministri graditi o teneva fuori dalla porta quelli che gli si opponevano. Il politico che gli piaceva più di tutti era l’80enne premier Paolo Boselli: una nullità pareggiata solo pochi anni dopo da Luigi Facta, che avrebbe dovuto opporsi alla Marcia fascista su Roma. Al comando supremo erano invece graditissimi e numerosi i giornalisti arruolati come comunicatori: estensori di veline, imbeccatori di direttori, revisori di corrispondenze troppo realistiche dalle trincee.

Il Re Vittorio Emanuele III – tacito protettore del generalissimo sabaudo – aveva perfino lasciato che Cadorna cancellasse dai bollettini quotidiani la dicitura “d’ordine di Sua Maestà”. Il “Palazzo Chigi” personale di Cadorna a Udine era comunque eccezionalmente agile: fatto di pochi colonnelli, giovani e svelti a battere a macchina gli ordini spicci del Capo a generali d’armata che decidevano il destino di centinaia di migliaia di soldati. E spesso l’ordine era un siluramento senza motivazione. O una promozione per pura fedeltà.

Pietro Badoglio il 24 maggio 1915 era un semplice colonnello, nell’ottobre 1917 aveva tre gradi in più e da generale di corpo d’armata comandava lui il settore dell’Isonzo, su cui si concentrò l’offensiva austro-ungarica. Pure un secolo dopo tutti continuano a imparare a scuola che i 700 cannoni agli ordini di Badoglio non spararono un solo colpo e solo con immensa fatica, un mese dopo, l’esercito italiano riuscì ad attestarsi dietro il Piave. Al costo di un milione di morti, feriti e prigionieri e dell’invasione dell’intero Friuli e di un pezzo di Veneto.

È agli annali anche come reagì Cadorna alla disfatta di Caporetto: scaricò per intero le responsabilità sui “vili” cittadini italiani in grigioverde. E si trincerò per giorni nel suo comando, rifiutando di lasciarlo. E forse sarebbe riuscito nell’intento se i governi di Francia e Gran Bretagna non avessero imposto al Re la cacciata di Cadorna come condizione per sorreggere l’Italia con truppe, armamenti, risorse alimentari e altre materie prime.

Al comando supremo arrivò Armando Diaz: un tecnico che però mise subito in chiaro di sentirsi il rappresentante del Re e del governo al vertice dell’esercito. Quella volta funzionò: un anno dopo a Vittorio Veneto (anche se la resa dei conti politica arrivò quattro anni dopo con la fine del regime liberale e l’avvento del fascismo). Un quarto di secolo dopo, invece, Badoglio non riuscì a salvare la Corona e il Paese dopo l’8 settembre. E tre anni dopo persero per sempre il posto anche i Savoia.



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