DIBATTITI/ L’etica “inaspettata” di un evoluzionista

- int. Fiorenzo Facchini

FIORENZO FACCHINI confuta, a rigor di logica, la tesi secondo la quale le scienze naturali siano l’unico strumento legittimato a rispondere alle domande di significato dell’uomo.

scienza_fede_R400
Scienza e fede

«Le ragioni per non credere non vogliono essere argomentazioni filosofiche compatibili con o dedotte da conoscenze scientifiche, bensì “ragioni scientifiche” tout court, perché le scienze naturali sono l’unica sorgente di conoscenza attendibile sul mondo». È una delle affermazioni forti che si trovano nella seconda parte dell’ultimo libro di Telmo Pievani “La vita inaspettata”: un’opera che, dopo aver ricostruito in modo puntuale e brillante l’evoluzione dei viventi, offre un ampio spettro dei punti più critici di un dibattito destinato a non spegnersi facilmente.

Caso, necessità, contingenza, probabilità, creazione, disegno, trascendenza: quali di queste categorie si applicano meglio alla descrizione e spiegazione del fenomeno “vita” e della vita intelligente in particolare? Nel rispondere, il volume riprende molti degli argomenti cari all’autore e sviluppati in più occasioni.  

Ad esempio, si asserisce in più punti e con diverse esemplificazioni che l’osservazione stessa della natura, in particolare la sofferenza degli uomini (e ancora di più dei bambini affetti da gravi patologie), porta a escludere definitivamente un senso e un progetto trascendente che governi la realtà: «che senso può avere tutto ciò per i teologi che si rivolgono alla natura per fondare i loro convincimenti?».

In altri passaggi si sostiene che è possibile fondare un’etica basata sulla visione del mondo senza finalità: «Dunque non è vero che senza una finalità insita nella natura non può esistere l’etica, semmai il contrario: è proprio perché non esiste una finalità che l’etica assume il suo valore e la sua indipendenza come “novità” evolutiva umana».

E non manca una critica al magistero pontificio, là dove esso asserisce che la teoria dell’evoluzione in gran parte non è dimostrabile sperimentalmente, che vi sono lacune rilevanti di verificabilità-falsificabilità, e che quindi non si tratta ancora di una teoria completa. Sulla base di queste affermazioni Pievani accusa il magistero di essere contiguo, se non proprio identico, al creazionismo fondamentalista americano.

Su questi punti abbiamo interpellato Fiorenzo Facchini, uno dei più noti antropologi e paleontologi, già docente all’università di Bologna.

Alla luce delle riflessioni che per secoli si sono focalizzate sul problema della sofferenza umana e dell’apparente incompiutezza del mondo materiale, come commenta la visione del mondo come quella che viene proposta nell’ultimo libro di Pievani?

La sofferenza umana ha sempre costituito un problema, pone domande a cui i miti, le filosofie, le religioni hanno cercato di dare risposta. Certamente l’osservazione delle cose e del mondo fatta dalla scienza solleva delle domande, ma la scienza non è in grado di dare delle risposte, perché esse riguardano il significato delle cose, che è fuori dalle competenze della scienza empirica. Il limite dell’approccio scientista, cioè di quelli che escludono altre forme di conoscenza che non siano quelle raggiunte dalle scienze positive, è proprio questo: negare che possano esservi delle risposte su altri piani che non siano quelli delle scienze. Chi mai ha detto che il mondo creato da Dio è perfetto e che tutto funziona bene? Basta guardare all’uomo, a quello che combina con la sua libertà. E allora? Ciò esclude che possano esservi delle risposte alle domande che si pongono? Certamente non vanno cercate nella scienza, ma nella capacità di ragionare e nella fede.

Ritiene che il progresso della conoscenza scientifica nelle epoche più recenti abbia reso più sostenibile l’affermazione che “le scienze naturali sono l’unica sorgente di conoscenza attendibile sul mondo”?

 

Che vi siano delle ragioni scientifiche per non credere e che le scienze naturali siano l’unica sorgente di conoscenza attendibile sul mondo sono affermazioni che non stanno in piedi. È la posizione tipica dello scientismo. Ma la fede e la religione proprio per definizione non rientrano nel campo di indagine delle scienze. E allora? Se poi si volesse limitare la conoscenza agli ambiti delle scienze positive, vorrei sapere che cosa si potrebbe dire del Colosseo o di una tela di Raffaello. La composizione chimica delle pietre o dei colori o poco più. Lo scientismo, che ispira il naturalismo, è una posizione obsoleta, che spesso riaffiora con intenti polemici, poco costruttivi.

 

Alla luce delle normali dinamiche psicologiche e di giudizio che governano le azioni umane, è realistico produrre un’etica senza un fondamento trascendente?

 

Il discorso dell’etica ritorna di tanto in tanto anche sulla bocca di filosofi e scienziati che si ispirano al naturalismo. È ovvio che la società umana ha bisogno di valori a cui ispirarsi. L’evoluzione, come processo biologico, è fuori dalla sfera dei valori, la quale invece è propria dell’uomo e implica le sue scelte libere. Vi sono però aspetti della natura che nell’uomo, in forza della simbolizzazione, assumono un valore: si pensi alla relazionalità degli elementi della natura, alla cooperazione. Esse sono iscritte nella natura delle cose e diventano con l’uomo solidarietà, amore, rispetto dell’altro.

Anche la preoccupazione della sopravvivenza per le generazioni future può essere motivo che induce a comportamenti eticamente rilevanti e alla collaborazione. Che ciò sia proprio della sfera umana e non di quella animale (anche se alcuni vogliono parlare di etica per le scimmie) non ho dubbi. Ma occorrono dei riferimenti di valore su cui convenire.

 

Quindi, a quali criteri ispirarsi?

Il bene della persona dovrebbe essere il criterio sommo. Non basta il puro fatto di trovarsi d’accordo. E neppure può essere l’autodeterminazione, la libertà il principio a cui ispirarsi. Il bene dell’uomo e della comunità dovrebbero ispirare le scelte etiche. Il riferimento al trascendente, a Dio non può che rafforzare quello che la ragione ci indica.

 

Esistono differenze tra una posizione creazionistica e una, come quella espressa dall’attuale pontefice, che valuta criticamente la teoria darwinista?

 

Quando si parla di magistero papale si dovrebbero prendere non frasi isolate dal contesto, ma le considerazioni di fondo che ritornano più frequentemente nel magistero. Esse riguardano non tanto i meccanismi dell’evoluzione (di per sé non sono dei dogmi, anche se alcuni li vogliono fare apparire tali), quanto sul rapporto tra evoluzione e creazione. Il Papa in varie occasioni (come del resto già molti anni fa quando era arcivescovo di Monaco) ha affermato la conciliabilità tra la teoria della evoluzione e la creazione. Entrambe rispondono a domande diverse che si pongono all’uomo che osserva, pensa e ragiona sulle cose cercando le diverse risposte dove può trovarle.

 

 

(a cura di Mario Gargantini e Paolo Tortora)


 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori

Ultime notizie di Legger di scienza