LEI MI PARLA ANCORA/ La scelta coraggiosa del film di Pupi Avati

- Emanuele Rauco

L’ultimo film di Pupi Avanti è un viaggio nei ricordi e nei racconti del passato di Giuseppe Sgarbi, che è davvero un peccato non poter vedere al cinema

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Una scena del film

Perdonateci l’apertura un po’ romantica sulle sale cinematografiche e quanto ci manchino, ma è un peccato che il miglior film di Pupi Avati da almeno 15 anni sia visibile solo su Sky (dall’8 febbraio): Lei mi parla ancora è infatti un film in cui, caso abbastanza raro nel cinema maturo del regista bolognese, attraverso memorie non sue riesce a trovare una sincerità e una profondità di introspezione che colpiscono.

Le memorie sono quelle di Giuseppe Sgarbi, padre di Vittorio ed Elisabetta, che dopo la morte dell’amatissima Rina comincia a vagare in una sorta di stato tra sogno e veglia in cui ricorda tutto ciò che ha vissuto con la moglie per 65 anni e lo racconta a un ghost writer che lo aiuterà a mettere su carta quei ricordi e a dare di nuovo voce alle parole della donna, che per Pino non è mai morta.

Assieme al figlio Tommaso, Avati scrive una storia in cui condividere quello stato di dormiveglia, con cui poter raccontare la vecchiaia e il modo peculiare di viverne il tempo attraverso una storia d’amore “immortale” perché comunissima, universale perché porta ogni spettatore a sentirci qualcosa della storia propria o dei propri cari. Il vero punto interessante del film è però il modo in cui il regista ha scelto di mettere in scena questa storia.

Se il viaggio nei ricordi e nei racconti del passato è forse il principale filo conduttore della filmografia del regista e della sua poetica, la scelta a suo modo controcorrente e coraggiosa del film, e il motivo principe per cui ci dispiace non averne potuto godere su grande schermo, è la messinscena funerea e onirica: grazie all’aiuto del direttore della fotografia Cesare Bastelli, Avati immerge tutte le sequenze in un’atmosfera anti-naturalistica, in cui ogni inquadratura, scena, elemento architettonico e luministico suggeriscono l’idea di svolgersi in un’altra dimensione, quella in cui sogno, morte e ricordi si fondono, diventando quasi indistinguibili.

Come lo scrittore fantasma, Avati entra nel pensiero di Pino e non ne esce, si siede comodo a vedere quei ricordi, vi resta dentro perché anche il protagonista da quella dimensione ondivaga non vuole uscire, perché ogni cosa è una finestra che comunica col passato e con l’immagine dell’amata. Il regista compie una serie di scelte formali, stilistiche e narrative di notevole coerenza e così esalta la dimensione romantica e umana, i volti originali dei caratteristi (scelti col metodo Fellini, di cui Avati è un grandissimo esperto e appassionato), la struggente densità dello scorrere della vita e la bellezza del coglierne ogni angolo, arrivando a rendere degno omaggio a quello che è il suo film preferito, Il posto delle fragole di Bergman (anche se nel film si cita Il settimo sigillo).

Lei mi parla ancora ricorda un romanzo di Umberto Eco del 2004, “La misteriosa fiamma della regina Loana”, in cui un professore si perdeva nei suoi ricordi dopo un ictus e vagava al loro interno finendo per perdersi: Avati e Pino non si perdono, anzi si ritrovano dentro i ricordi, raggiungono uno stato di serenità, di gratitudine verso l’amore, di bisogno di raccontarlo che lo spettatore riesce a sentire anche grazie alla dolcezza di Renato Pozzetto, in una delle sue prove migliori, la cui vicinanza emotiva con Pino Sgarbi (anche l’attore ha perduto la moglie da non molto tempo) rende il racconto ancora più empatico e il film ancora più toccante.

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