Il vice dell'Economia Maurizio Leo risponde alle critiche sul taglio dell'Irpef: ecco perché non si tratta di una misura che agevola i ricchi
In queste ore di intensi scontri (ovviamente dal sapore politico) sulla Manovra 2026, è intervenuto sulle pagine del Sole 24 Ore il vice del dicastero economico Maurizio Leo per spiegare la verità sulle voci che imputano alla legge economica benefici soprattutto per i più ricchi: un dibattito che si è diffuso nelle ultime ore è che si basa su una stima dell’Istat secondo la quale circa l’85% dei benefici del taglio dell’Irpef finisce nelle tasche dei contribuenti con i redditi più ali; tesi – appunto – fermamente smentita da Leo.
Infatti, secondo Leo il primo dato di cui si deve tenere conto è che dei “13,6 milioni di contribuenti” interessati dal taglio dell’Irpef, circa “tre quarti” dichiarano redditi inferiori ai 50mila euro all’anno, relegando le stime dell’Istat al fatto che abbiano tenuto conto della “dimensione familiare” quando in realtà l’imposta è “personale e progressiva”: una stima più precisa – spiega il viceministro – dovrebbe, insomma, tenere conto dei “redditi individuali” dei singoli componenti della famiglia.
Entrando nel merito di questo ragionamento, Leo fa l’esempio di “una coppia senza figli” e un’altra “con tre figli” che hanno entrambe un reddito di 60mila euro con la prima che risulta “più ricca” della seconda; oppure anche l’esempio ancora più semplice dei un “ragazzo con un reddito basso” che finisce nel “quinto più alto” dello scaglione Irpef perché vive con “genitori che hanno un reddito molto alto”, ma che comunque beneficerebbe del taglio a differenza – potenzialmente – dei genitori.
Maurizio Leo: “Con il taglio dell’Irpef era impossibile aiutare i contribuenti in difficoltà, ma ci sono altri incentivi”
A chi, invece, critica il fatto che il taglio dell’Irpef valga “solamente” 2,9 miliardi del totale della Manovra, il viceministro Maurizio Leo risponde che se si tengono conto anche misure del 2025 e 2026 il totale sale a “21 miliardi” di euro, pari a “un punto di PIL”; mentre a chi ritiene che sia meglio optare per una patrimoniale in modo da – per così dire – redistribuire la ricchezza tra i più poveri, il viceministro spiega che si tratta di una misura potenzialmente inutile e passabile di incostituzionalità.

Infatti, se da un lato la patrimoniale rischia di non tenere conto della “disponibilità economica familiare” effettiva, finendo per imporre tasse anche sui “molti beni (..) condivisi tra familiari” e dall’altro si rischia di incentivare la “frammentazione artificiosa dei patrimoni” intestandoli ad altri parenti; l’uso di soglie – spiega sempre Leo – rischia anche di generare “sperequazioni” tra i contribuenti che vi rientrano per pochi euro e contribuenti che scampano la mannaia per pochi altri.
Infine, rispondendo alle critiche che chiedono – più del taglio Irpef – maggiori aiuti alle famiglie in difficoltà, Leo spiega che attualmente “dare benefici attraverso le aliquote” sarebbe pressoché impossibile; fermo restando, comunque, che per chi versa in condizioni svantaggiate sono stati stanziati dalla Manovra altri “2,1 miliardi” tra la “parziale detassazione del salario”, gli incentivi per i “rinnovi contrattuali” e gli incentivi per i “premi di produttività”, per “il lavoro scomodo su turni” e i “buoni pasto”.
