LETTERA A MANUEL BORTUZZO/ Qual è la posta in gioco del male che ci accade?

- Federico Pichetto

I suoi aggressori sono stati condannati a 16 anni. Il nuotatore Manuel Bortuzzo ha detto che non per questo tornerà a camminare. Una lettera a Manuel

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Manuel Bortuzzo (LaPresse)

Caro Manuel,
non è facile trovare il coraggio di scriverti. Io non so come ci si senta ad avere la vita spezzata, i sogni infranti, i progetti in fumo. Non so neppure che cosa significhi non poter più camminare, lottare come un leone per avere un destino, un bene o un futuro. E sicuramente non so come tu ti possa realmente sentire, adesso che i tuoi aggressori hanno avuto una pena – sedici anni che, come hai saggiamente detto, non ti restituiscono le gambe per tornare a vivere.

Quello che so, Manuel, è che il nostro cuore è simile: entrambi vogliamo la vita, vogliamo le stelle, vogliamo una casa. L’assenza del movimento delle gambe potrà farti pensare che sia quello ciò che ti manca, in alcuni momenti vorrai forse perfino maledire di essere nato e di aver vissuto, mettere a tacere quelli come me che osano rivolgere la parola al tuo dolore, ma in fondo ciò che aspetti, ciò che ci fa camminare davvero nell’esistenza non è un successo o una rivincita, non è un lieto fine o un applauso. Ciò che rende la vita meritevole di essere vissuta non è quello che abbiamo conosciuto, ma quello che comincia ad esserci e non c’è ancora, quella caparra di bellezza che intuiamo di fronte ad un’alba o alla sensazione di essere un tutt’uno con l’acqua nella quale nuotiamo.

Quello che in questi mesi hai raccontato a tutti, Manuel: le tue parole, la tua forza e il tuo dolore non sono altro che la percezione che nessun assassino può portarci via la promessa che ci è stata fatta e che ci accompagna fin dal grembo materno. La promessa di un compimento, di un bacio che ci tolga il fiato, di un respiro in cui sentirsi vivi, di uno sguardo dentro cui sperimentare casa.

Possono mancare le gambe, possono mancare i genitori, la salute mentale, i talenti, i successi a scuola o nel lavoro, ma ciò che non può mancare è qualcuno che ci abbracci, che ci guidi, che ci accompagni, che ci faccia sentire tremendamente “io”, tremendamente vivi, tremendamente capaci di amare e di sognare.

Potrai ancora essere padre in questa vita, potrai ancora essere amante, potrai ancora essere amico, compagno, maestro. Ma tutto questo dolore, lo sai bene, ti ha in fondo reso ciò che ci è più difficile essere: figli. Buona vita nuotatore, buone stelle mio sconosciuto compagno di cammino. Io ti aspetto. So che un giorno avremo molto di cui parlare.
Stammi bene,
Fede


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