LETTERA AL CORONAVIRUS/ Come guardare questo dolore e riguadagnare la nostra vita?

- Lettera firmata

Un ex ospite della comunità di recupero L’Imprevisto scrive di come anche questa emergenza possa suscitare un positivo

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È come se tutto si fosse fermato, le strade sono vuote, gli uffici sono chiusi, le persone in fila fuori dai supermercati attendono in silenzio, con il volto coperto e gli occhi che tradiscono malinconia.

L’aria è pesante, si respirano paura, dubbi, incertezze e morte. Il governo prova a rispondere con decreti che nascono da ipotesi, perché stanno combattendo qualcosa che non conoscono neanche loro, parlano di pandemia, tragedia e crisi.

La crisi, questa strana cosa che ci costringe a fari i conti con l’essenza dell’essere, con la realtà ultima di quello che siamo, di chi siamo e perché veniamo chiamati a vivere qualcosa che non è nostro che non abbiamo scelto noi. Eppure, siamo qui ed il coronavirus ci sta ricordando quanto piccoli siamo nei confronti della vita, quanto per assurdo semplice essa sia.

Sembra che tutto si sia fermato, ma così non è. Si rischia di cadere nel sentimentalismo, di perdere lucidità, di lasciarsi andare, di sentirsi persi, invece bisogna restare vigili, attenti a ciò che accade, ascoltando e seguendo senza l’insinuazione del dubbio che chi ci guida non sia in grado di farlo. Certo, sempre con raziocinio ed uso della ragione, ma in questo momento più che in altri siamo tutti chiamati a seguire. Seguire, senza fare nulla di straordinario, ma continuando ad operare nel nostro quotidiano come meglio possiamo.

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Bisogna restare al servizio e dare tutto (fino a che non fa male diceva Maria Teresa di Calcutta). Sono un tecnico informatico per un gruppo di fondazioni, non posso donare milioni per sostenere gli ospedali non è il mio compito. Il mio compito è quello di garantire un servizio che permetta a tutti i docenti ed i ragazzi delle nostre scuole di fare lezione da casa, il mio compito è quello di far sì che i nostri collaborati da casa possano continuare a cooperare per innovare e garantire che tutti possano continuare a lavorare per guadagnare uno stipendio e mantenere la propria famiglia.

Voi penserete a tutti coloro che invece qualcosa di straordinario lo stanno facendo e come, a tutti i medici e gli infermieri, gli O.S., etc. e allora io rilancio: qualcosa di straordinario loro non lo stavano già facendo tutti i giorni? Non è contributo anche nei loro confronti continuare ad operare nella nostra quotidianità come ci viene chiesto diminuendo così i potenziali contagi?

La vita ai tempi del coronavirus la definisco essenziale, e più personalmente l’occasione per un nuovo inizio, una rinascita, “di inizio in inizio con inizi che non avranno mai fine”, diceva un mio grande padre, certo che non saremo mai chiamati a prove così dure se non per qualcosa di più grande.

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Penso poi, a chi sta perdendo i propri cari, a chi vede scivolar via la vita tra le mani e vede tutto nero, brancola nel buio. Io voglio dire a queste persone che una luce in fondo al tunnel c’è, non chiedetemi quale, cosa o quando accadrà ma è certo che c’è, altrimenti la vita non avrebbe senso, sarebbe uno stupido susseguirsi di dolori volti al nulla. È certo che invece il sole sorgerà di nuovo e sarà bellissimo. A quale costo? Non lo so, probabilmente alto, oggi siamo tutti un po’ ciechi, annebbiati da questa coltre di sofferenza che ci è piombata addosso senza avvisare o chiedere permesso.

Come la storia ci insegna andremo avanti, non è questa la fine del mondo, andremo avanti e ci saranno nuove crisi, forse ancora peggiori, perché la crisi è rivoluzione e se restiamo insieme, ci sosteniamo e ci aiutiamo a guardare un po’ più in là tutto questo dolore non sarà stato vano ma ci avrà permesso di riguadagnarci i valori della nostra vita.

(Jacopo Ferretti)

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