LETTERA AL CORONAVIRUS/ Il tempo discegliere che cosa conta e che cosa passa

- Nora Terzoli

Sperimentiamo una fragilità che apre una ferita nel cuore, che spezza false sicurezze e rimanda all’essenziale

Incertezza e folla
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In questi giorni in cui la vita di tutti ha subìto profondi cambiamenti, quando ogni routine è spezzata e l’esistenza è come sospesa tra bollettini sulla diffusione del virus in Italia e nel mondo e messaggi che invitano a credere in un futuro che, forse presto, sarà migliore, resta da vivere una quotidianità non sempre facile, segnata dall’incertezza e a volte dalla paura.

L’uomo, è bene ricordarlo, vive innanzitutto nel presente, la sua domanda è nel qui e ora, non si può dunque sospendere il flusso dell’esistenza, in attesa che arrivi un futuro migliore. Dalla vita frenetica, incalzante, aperta a una molteplicità di spazi siamo bruscamente passati a un tempo che sembra più lungo, disteso, dentro lo spazio ristretto delle mura di casa. Se dovessi sintetizzarlo in una parola direi che questo è il tempo della fragilità.

Una parola che, fino a qualche tempo fa appariva poco virtuosa, da deboli, propria di chi non sa prendere in mano la vita per indirizzarla a ambiziosi traguardi.

Tornano alla mente e al cuore parole incontrate in un libro molto bello nel quale Eugenio Borgna ripercorre la sua vita:

“Sono stati anni che hanno dilatato la mia sensibilità e la mia timidezza, la mia fragilità, la mia insicurezza e la mia inclinazione alla riflessione e alla autoanalisi, questa è stata la mia impressione, giusta, o sbagliata, non lo so, ma a questa fragilità, in particolare, che è stata naturalmente considerata un handicap, vorrei forse attribuire la mia inclinazione a non essere fino in fondo sicuro delle mie idee e delle mie azioni, e a cercare di immedesimarmi nel limite del possibile nelle idee e nelle azioni degli altri, nella loro interiorità e nelle loro soggettività. Il solo modo, questo, vorrei ripeterlo, di giungere a conoscere quello che noi siamo nella nostra interiorità”.

Si tratta di una fragilità che apre una ferita nel cuore, che spezza false sicurezze e rimanda all’essenziale, ci sentiamo, come ha detto papa Francesco, tutti fragili e disorientati, ma in questa fragilità sta la capacità di aprirsi all’altro, di incontri veri, generatori di compimento e di vicinanza per la nostra sete di vita.

In una recente intervista pubblicata sulla Lettura del Corriere, Borgna ha descritto con intensa drammaticità i tratti di questa fragilità che permea i giorni del virus:

“La fragilità oggi più che mai somiglia a una sconfitta della ragione, rispetto a qualcosa che è fuori di noi e che è difficile da controllare e da regolare lungo i sentieri ai quali siamo abituati. Dunque, ha cambiato volto. Il volto della fragilità nel passato anche recente era senza maschera, in questa circostanza la minaccia e l’oscurità nascono da fonti sconosciute. Persino la guerra aveva orizzonti più chiari, mentre oggi il volto della fragilità è quello che Kafka ha descritto in romanzi come Il castello, in cui K. si confronta con un’oscurità inconoscibile. (..) Non sapere da dove viene il male di vivere è ancora più angosciante: le piccole forze aggressive e invisibili del coronavirus non si sa da dove provengono, quanto durano, come si comportano, verso quale futuro ci conducono.  Questo produce una mutazione genetica della fragilità, che comporta una mutazione esistenziale”.

La mutazione esistenziale tra un essere che pensa di essersi fatto da sé e che vede la realtà come lo strumento per affermare il suo io fino a sentire gli altri come potenziali nemici e un essere invece fragile, che accoglie la ferita dell’incompiutezza, dello scacco davanti al reale. Dall’aggressività, dalla mancanza di fiducia che spesso segnano le relazioni a una fraternità che ha le sue radici nella comune vulnerabilità.

Come ha ricordato papa Francesco non è allora il tempo del giudizio di Dio, ma del giudizio dell’uomo, il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa. Siamo approdati alla sconfitta di una ragione che vuole tenere tutto sotto controllo e siamo traghettati all’esercizio di un giudizio che si lascia interrogare da una realtà imprevedibile. Da questa mutazione esistenziale, che sentiamo attaccata alle nostra carne, possiamo ripartire da ora, senza rimandare a un futuro che non sappiamo quando arriverà.

La necessità di vivere questo presente difficile, drammatico, per molti segnato dai lutti e dalla sofferenza, fa sentire a volte stonato l’invito all’ottimismo di maniera: “Andrà tutto bene”. Tornano nella memoria le parole di Václav Havel:  “La speranza non è per nulla uguale all’ottimismo. Non è la convinzione che una cosa andrà a finire bene, ma la certezza che quella cosa ha un senso indipendentemente da come andrà a finire”.

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