LETTERA/ Alcune domande sul “probabile Sinodo” di padre Sorge

- Antonio Quaglio

Su “Civiltà Cattolica” padre Sorge ha scritto intorno a un “probabile Sinodo” per affrontare la prima emergenza della Chiesa italiana

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LaPresse

Caro direttore,
padre Bartolomeo Sorge ha pubblicato da poco sulla Civiltà Cattolica un lungo intervento sulla convocazione di un “probabile Sinodo” della Chiesa italiana. La riflessione storico-ecclesiologica sul tema – a volo su oltre 40 anni di Convegni della Chiesa italiana – ha il respiro autorevole da sempre noto ai lettori dell’autore. Ogni spunto di discussione sul merito della questione non può quindi che essere riservato a voci qualificate, all’altezza di quella di padre Sorge.

Al giornalista – osservatore quotidiano dell’attualità italiana – non è tuttavia potuto sfuggire un passaggio specifico, di particolare incisività.

“Un’altra difficile sfida – richiamata dal Papa anche al Convegno di Firenze nel 2015 – meritevole di essere affrontata in un autorevole dibattito sinodale riguarda le implicazioni etiche e comportamentali dei fedeli, all’interno della crisi spirituale e culturale senza precedenti in cui si dibatte l’Italia. ‘La Chiesa – ha detto papa Francesco – sappia anche dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblico: è questa una delle forme del contributo specifico dei credenti alla costruzione della società comune. I credenti sono cittadini’. Ci chiediamo: quale intervento autorevole la Chiesa italiana potrà pronunciare, alla luce del Vangelo e del magistero, sul fatto che milioni di fedeli – non esclusi sacerdoti e consacrati – condividano, o quanto meno appoggino, concezioni antropologiche e politiche inconciliabili con la visione evangelica dell’uomo e della società?”.

È sufficiente andare alla nota che padre Sorge ha posto in calce al suo interrogativo, per averne più dettagli:

“Più concretamente: che cosa dire e che cosa fare di fronte a chi estorce il consenso dei cittadini con la paura e con l’odio, nascondendosi dietro la maschera di una falsa religiosità? È un problema largamente sentito in Italia, a causa anche dell’attività criminale della mafia, ma non solo. Con la paura, con l’odio e con la parvenza di religiosità si riesce a irretire anche molti credenti – e perfino alcuni sacerdoti –, con gravissimo danno e pericolo per la convivenza civile. Il Papa ci è di esempio. Nello stesso giorno in cui un leader politico chiedeva in piazza i ‘pieni poteri’, usciva su La Stampa un’intervista nella quale papa Francesco si diceva ‘preoccupato, perché si sentono discorsi che assomigliano a quelli di Hitler nel 1934. Prima noi. Noi… noi’” (D. Agasso, “Papa Francesco: Il sovranismo mi spaventa, porta alle guerre”, in La Stampa, 9 agosto 2019).

È più che trasparente il riferimento al leader della Lega, Matteo Salvini: vicepremier fino a due mesi fa. Sembrano esservi pochi dubbi che padre Sorge pre-assegni al “probabile Sinodo”  – in via generale votato a rinnovare la “missionarietà” dei cattolici italiani – anche un compito specifico:  contrastare la progressiva affermazione politica della Lega. Quest’ultima, dopo l’esito del recente voto europeo, è d’altronde il primo partito del Paese e raccoglie consensi vasti nelle aree più evolute e più integrate in Europa, quanto meno sul piano economico. E’ una forza maggioritaria, la Lega, in Regioni come Lombardia e Veneto: nella parte d’Italia che ha dato alla Chiesa cinque degli otto Papi eletti nel ventesimo secolo, compresi i due Pontefici del Concilio. Com’è possibile che la Chiesa italiana si ritrovi e senta oggi frontalmente contrapposta a questa Italia? Perché il “male” si sarebbe – improvvisamente – manifestato nel Nord Italia, dove i cattolici (non solo laici) ne sarebbero addirittura “irretiti”? Perché fra gli obiettivi prioritari della Chiesa italiana nel 2019 vi sarebbe lo sradicamento della massiccia rappresentanza politica democraticamente maturata nelle terre dove Giovanni XXIII e Paolo VI sono nati e sono stati vescovi nel dopoguerra repubblicano? Cos’è accaduto perché padre Sorge scorga – d’un tratto – nella Lombardia odierna la Baviera di un secolo fa?

Se è prerogativa del giornalista porre domande, una seconda riflessione interrogativa è suggerita dall’impegno politico-culturale personalmente assunto da padre Sorge sulla scia dei primi Convegni ecclesiali post-conciliari. L’allora direttore di Civiltà Cattolica si trasferì a Palermo dove diede vita all’Istituto di formazione politica “Padre Pedro Arrupe”. Di quell’esperienza di “laboratorio vivente” – indubbiamente importante sul fronte della legalità democratica e del riscatto socio-economico – dopo trent’anni rimane quasi soltanto la figura di Leoluca Orlando: al suo quinto mandato di sindaco nel capoluogo siciliano. All’ultimo voto europeo, in ogni caso, dal “laboratorio Sicilia” come prima forza politica locale è emerso nuovamente M5s. Ancora una volta: perché il Nord leghista rappresenterebbe oggi la vera minaccia “hitleriana” per la civiltà italiana – e per il suo respiro cristiano – e non invece il Sud oggi percorso dal populismo pentastellato? Perché Beppe Grillo, Davide Casaleggio e Luigi Di Maio, visti dalla Chiesa italiana, sarebbero meno pericolosi di Salvini?

Un terzo interrogativo è suscitato dall’accenno alla “cultura della paura e dell’odio”:  espressione mediatica consolidata fra gli oppositori delle politiche restrittive tenute da Salvini sul fronte dei flussi migratori. Ora è un fatto che la Francia, paese fondatore della Ue come l’Italia e come l’Italia di antiche radici cattoliche, mantenga un atteggiamento di più rigida chiusura verso i migranti che dall’Africa sbarcano in Europa. Questo per scelta di un tecnocrate laico – globalista a parole, sovranista nei fatti – come il presidente Emmanuel Macron. Perché l’Italia sarebbe un odioso Paese “odiatore” – da ri-evengelizzare – e la Francia no? Entro i confini transalpini è montata intanto un’instabilità sociale figlia delle crescenti diseguaglianze economiche. Di fronte ai sabati violenti dei gilets jaunes (sconosciuti in Italia, certamente nel Nord leghista) la Chiesa francese si è mostrata naturalmente preoccupata. Ma se i vescovi – la scorsa primavera – hanno emesso una prima valutazione, essa non si è tradotta in una sentenza tranchant, ma in un appello problematico e aperto: “Si è aperta una voragine fra i cittadini e i loro rappresentanti e ci vorrà molto tempo per ricomporla”.  

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