LETTERA/ Attacco finto-riformista al nuovo “Riformista”: sindrome da motorizzazione

- Lettera firmata

In risposta a Gennaro da Varzi sul ritorno in edicola del “Riformista”, pubblichiamo una lettera che ne difende il tentativo, senza “patenti”

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Deborah Bergamini e Piero Sansonetti (LaPresse)
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Caro direttore,
ho letto il pezzo di Gennaro da Varzi “IL (NUOVO) RIFORMISTA/ Segreti e illusioni dietro il bluff culturale di Romeo & co”. Non l’ho cercato, confesso, me l’ha segnalato un amico via Whatsapp. Avevo letto – come faccio tutte le mattine – l’editoriale di De Haro, la nota politica di Umberto Ranieri, le note sul lavoro di Giuliano Cazzola, ma questo pezzo di da Varzi me l’ero, sinceramente, perso.

Quando nasce (o rinasce) un nuovo giornale credo che bisognerebbe fare festa “a prescindere”, come direbbe Totò. E se poi nasce un giornale che dichiara che “l’unica linea editoriale sarà quella del garantismo rigoroso sui temi della giustizia e della difesa accorata dell’idea di un giornale come luogo di discussione democratica. Guerra aperta alla moda del mostro sbattuto in prima pagina”, come si fa a non essere sinceramente interessati? E personalmente mi piace anche l’idea della doppia “direzione di genere”; perché gli attacchi del da Varzi?

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Ricordo quando tu avesti l’idea di far nascere il Sussidiario; quanti a darsi di gomito. “C’era bisogno di un altro giornale?”; “Sussidiarietà?.. e che è”?, “Ma che ne sanno loro di giornalismo?” … In alcuni ci entusiasmammo e raccogliemmo i capitali necessari per partire. Il resto è storia di dieci anni di un giornale on-line che tu hai diretto mirabilmente dando spazio a tutti quelli che avessero qualcosa da dire. Dando spazio, non la patente “di sussidiarietà”, che quella, la patente, è tema più di motorizzazione che di giornalismo. Dando spazio. Tanto che i “collaboratori” del tuo giornale sono stati i Ranieri, i De Haro, i Sansonetti, i Bombassei, i Quadrio Curzio, i Sapelli, i Rosina, i Lepore, i Simoncini, i Bagnasco, i Catricalà, i Polito, i Sangalli, i De Vincenti, i Violante, i Berlinguer. Praticamente chiunque avesse un’idea e la argomentasse in modo serio.

Informare è questo: dare dei punti di vista, anche avendo un’idea di parte, ma permettendo che tutti possano esprimersi nella convinzione che l’altro può arricchire. Immaginiamoci un da Varzi, nel 2010: “ma che ne sanno di sussidiarietà i due terzi di quelli di cui sopra? Che nella vita hanno fatto al massimo “metteteci-voi-quello-che-volete-per-qualcuno-che-non-vi-piace”?

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Scrivere, com’è stato scritto, di truffa culturale, fare velate allusioni a passati “di giustizia” dell’editore (chi è senza peccato scagli la prima pietra!) non mi sembra un “contenuto”, piuttosto una serie di attacchi ad personam che distolgono dall’oggetto: è nato un nuovo giornale. Si chiama Riformista. Oggi non penso sia un utile contributo al bene comune la sindrome della motorizzazione, cioè il diritto di dare patenti di “qualcosismo”; piuttosto cogliere il bene di un tentativo per valorizzarlo anche se magari, per dire, “gli abbiamo dato noi l’idea a quello li” e poi “lui ci mette da parte”. Vedremo come sarà il tentativo. Per ora: in bocca al lupo!

Caro direttore, io penso che il tuo giornale, ed il modo con il quale lo hai fatto, abbia giovato molto di più alla “sussidiarietà” di tanti professionisti del tema sui quali aleggiava l’aureola dell’ortodossia (che per la verità, poi, neanche si vede…). Ecco, mi pare che il pezzo del da Varzi sia l’esempio di come non sia stato il tuo giornale in questi anni. Personalmente spero invece che il nuovo Riformista possa portare spunti al dibattito e diventare una voce utile nel coro dell’informazione. Magari anche collaborando con il Sussidiario.

E sarei felice che Piero Sansonetti, del quale ho per esempio apprezzato il garantismo sul caso Formigoni, o Deborah Bergamini che in conferenza stampa ha dichiarato: “Io e Sansonetti sembriamo il diavolo e l’acqua santa. Il nostro sarà un modo nuovo per analizzare la politica attraverso un confronto aperto” abbiano successo.

Fossilizzarsi sul nominalismo, sul principio astratto, fa fuori innanzitutto l’altro e con lui la la novità che l’attualizzazione di certi “principi” può rappresentare. Perché non è detto che un “principio” sia immutabile nel tempo e neanche che gli interpreti dell’opera debbano sempre essere gli stessi. Prima vengono sempre le persone ed i loro tentativi “pratici”, che accadono quando qualcuno ha il coraggio di dire “io”. Persone, altro che principi. Perché se tu avessi dato patenti preventive di “principio di sussidiarietà” temo che pochi avrebbero scritto sul Sussidiario.

In conclusione il da Varzi scrive: “Riformismo è in primo luogo la negazione di ogni estremismo parolaio, l’alternativa, ragionata e motivata, ad ogni massimalismo, la continua ricerca del primato del merito e dei contenuti. Esattamente il contrario di quello che è e di quello che si promette di fare il manipolo alle dipendenze di Romeo”.

Ed esattamente il contrario di quello che ha fatto il da Varzi nell’articolo. Come diceva il grande Longanesi: non bisogna appoggiarsi troppo ai principi. Perché poi si piegano.

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