LETTERA/ “Card. Marx, perché lasciare quelle dimissioni 10 giorni in pasto ai media?”

- Dario Chiesa

Le dimissioni del cardinale Marx, per modi, motivazioni e tempi sono sembrate avere a che fare con secondi fini. Se non con una strategia di comunicazione concordata

Marx, Monaco
Il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco annuncia le dimissioni (LaPresse)

Caro direttore,
la vicenda delle dimissioni del cardinale Reinhard Marx potrebbe ritenersi conclusa con il rifiuto di accettarle da parte del Papa, ma lascia tuttavia in me, come credo in altri semplici fedeli, una sensazione di forte disagio. Un disagio che non deriva solo dal contenuto della lettera di dimissioni del cardinale, ma anche dalle modalità e tempi della vicenda.

Personalmente non riesco a dare un significato preciso alle dimissioni del cardinale, visto che non è personalmente coinvolto in alcun scandalo. Quindi, cos’è: una rinuncia a combattere per la Chiesa, o un tentativo di far pressione su di essa? Entrambe le risposte mi sembrano non accettabili. Certo, la sua lettera suona come un’autoaccusa per peccati di omissione, ma la rinuncia alla guida della sua diocesi è davvero la risposta? Un pastore non abbandona il suo gregge, così ci dice il Vangelo.

Ciò che mi colpisce è la pubblicità data a tutta la storia, pubblicità che credo abbia messo a disagio, ripeto, molti semplici fedeli. Il cardinale Marx ritiene la Chiesa, apparentemente non solo quella tedesca di cui è un autorevole rappresentante, a “un punto morto”, fino per l’appunto ad andarsene. Non mi sembra un messaggio positivo per noi fedeli normali e, comunque, mi sembrerebbe una questione da discutere innanzitutto tra vescovi e con il Papa.

Qui il mio disagio aumenta, perché risulta che la lettera risalga al 21 maggio e che il cardinale ne abbia parlato direttamente con il Papa, che lo ha autorizzato a renderla pubblica, cosa avvenuta il 4 giugno. Il 10 giugno il Papa ha rifiutato le dimissioni. Francamente, 20 giorni per decidere su queste dismissioni mi sembrano eccessivi, ma soprattutto, altrettanto francamente e con tutto il rispetto per il Pontefice, non riesco a capire quella settimana in cui la lettera è stata lasciata in pasto ai media. Non vorrei essere sfrontato, ma il Papa non aveva già tutti gli elementi per decidere nei colloqui con il cardinale? E se si riteneva utile rendere pubblici i problemi elencati nella lettera, questi non potevano essere comunicati in altro modo, al popolo, o popolino se vogliamo, di Dio? Magari già con qualche indicazione di possibile soluzione.

Il Papa e il Cardinale mi perdonino, ma non riesco a liberarmi dal dubbio di una ben costruita strategia di comunicazione e, noi normali fedeli, vorremmo che ci si dicesse con quali obiettivi. Senza dover ricorrere alle elucubrazioni degli “addetti ai lavori” o rifugiarci in una rassegnata alzata di spalle.

Anche perché nel frattempo è giunta notizia della costituzione di una commissione di inchiesta sulla diocesi di Colonia, e sul cardinale Rainer Maria Woelki, circa le modalità con cui sono state gestite le denunce di abusi sessuali. Altro punto di disagio, perché il cardinale Woelki è considerato un autorevole rappresentante, per usare le terminologie di moda, dell’ala “tradizionalista”, come il cardinale Marx lo è di quella “progressista”.

A Roma e dintorni, c’è qualcuno disposto ad occuparsi di quei fedeli che, impegnati a vivere, non hanno né tempo né voglia per fare il tifo per una o l’altra squadra? 

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