LETTERA/ Da Hong Kong all’Italia, cosa divide Joshua e Di Maio?

- Pietro Bocchia

A Hong Kong, di fronte alla repressione cinese, qualcuno ha pensato di non limitarsi alle proteste ma di fondare un partito. Una lezione anche all’Italia

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Protesta a Hong Kong (LaPresse)

Caro direttore,
ormai da tredici settimane centinaia di migliaia di persone manifestano per le strade di Hong Kong per chiedere maggiore democrazia al proprio governo e al governo cinese di Xi Jinping. Le richieste dei manifestanti sono cinque:
ritirare in modo definitivo la legge, oggi solo sospesa, sull’estradizione in Cina; non designare i manifestanti come “rivoltosi”; scarcerare i dimostranti arrestati; svolgere un’inchiesta indipendente sulle azioni repressive della polizia nelle ultime settimane; attuare libere elezioni. Quest’ultima richiesta, la più vitale, va a toccare un nodo fondamentale della Costituzione di Hong Kong, firmata da Gran Bretagna e Cina nel 1997: quello dell’“alto grado di autonomia” della regione rispetto al governo cinese nonché dei suoi “indipendenti poteri esecutivi, legislativi e giudiziari” (art. 2).

Negli ultimi vent’anni, tuttavia, gli elementi democratici della Costituzione di Hong Kong hanno avuto solo valore formale: a livello esecutivo, la nomina del capo del governo, affidata ad una ristretta commissione sotto l’ampia influenza del governo cinese, è ratificata da Pechino; mentre a livello legislativo, solo quaranta dei settanta deputati del Consiglio vengono eletti dai cittadini di Hong Kong: i restanti trenta vengono eletti da gruppi di potere economico-finanziario, quelli che la Costituzione definisce “functional constituencies” (Instrument 12), che hanno ovvi interessi a far pendere l’ago della bilancia della giustizia dalla parte della Cina. Fermo restando tale sistema di votazione, negli ultimi vent’anni, nonostante i partiti pro-democrazia del Consiglio legislativo abbiano ottenuto la maggioranza di voti popolari il braccio legislativo del governo è sempre stato andato ai partiti pro-Cina.

La poderosa e protratta manifestazione pacifica di queste settimane, che non ha tardato a fornire un modello di azione politica laddove non vi sono libere elezioni – si veda la protesta pacifica di Olga Misik a Mosca – è il risultato di una progressiva presa di consapevolezza da parte dei cittadini di Hong Kong del proprio diritto alla libertà di espressione e di voto, consapevolezza che in tempi non sospetti ha avuto in alcuni giovani adolescenti la sua più chiara e coriacea espressione.

Nel 2012 Joshua Wong, allora studente quindicenne della United Christian School, insieme ad alcuni compagni di scuola e amici – tra i quali Derek Lam, che incontra Joshua frequentando un gruppo cristiano di preghiera (Christian Fellowship) – promuove una campagna di protesta contro la decisione del governo di Hong Kong di implementare nel sistema scolastico il piano di educazione nazionale cinese. Dopo mesi di volantinaggi e sit-in il 13 maggio Joshua rilascia un’intervista, poi divenuta virale, in cui denuncia l’ingerenza del partito comunista cinese nel sistema educativo di Hong Kong. Quattro giorni prima dell’implementazione del piano di educazione l’associazione studentesca (Scholarism) fondata da Joshua e dai suoi compagni occupa la piazza antistante il palazzo del governo. Il sit-in, che con il passare dei giorni cresce esponenzialmente in numero di partecipanti, ottiene un risultato politico insperato: il governo di Hong Kong fa marcia indietro concedendo alle istituzioni scolastiche il diritto di scegliere se implementare o meno il piano di educazione nazionale cinese.

Due anni dopo, la decisione del governo cinese di selezionare arbitrariamente cinque candidati per la guida dell’esecutivo del governo di Hong Kong provoca la reazione dei cittadini che, in tutta risposta, chiedono libere elezioni: Joshua e i suoi compagni sono ancora in prima linea in quello che è stato ribattezzato l’“umbrella movement”, a motivo degli ombrelli usati dai manifestanti per difendersi dagli spray urticanti della polizia. Dopo oltre due mesi di occupazione della piazza affari di Hong Kong il movimento viene smantellato dalle forze dell’ordine senza aver ottenuto alcun risultato. A fronte dell’insuccesso, Joshua e i suoi compagni cambiano strategia: sciolgono l’associazione studentesca e fondano un partito pro-democrazia (Demosisto) che ottiene un seggio al consiglio legislativo di Hong Kong nelle elezioni del 2016.

La nuova manifestazione di dissenso a seguito del tentativo del governo di Hong Kong di inserire una legge sull’estradizione in Cina è storia recente: tuttavia, in questi mesi, ai giovani si sono affiancati centinaia di migliaia di persone. Alla manifestazione del 18 agosto, nonostante una pioggia monsonica si sia abbattuta su Hong Kong, ha partecipato più di un milione di cittadini (su 7,4 milioni) di tutte le età ed estrazioni sociali. Difficile prevedere cosa accadrà: la Cina, che teme un effetto domino della protesta nel continente, ha attivato una campagna di disinformazione mastodontica per screditare i “ribelli”; al contempo, mentre emittenti e social di regime mostrano esercitazioni dell’esercito al confine di Hong Kong, cerca di legittimare un intervento armato trasformando, attraverso ripetute infiltrazioni, il movimento pacifico in un movimento violento. Anche i fari della politica americana, ormai in piena campagna elettorale, sono puntati su Hong Kong: Trump ha ammonito il governo cinese di evitare l’uso della forza e intavolare un dialogo, peraltro ripetutamente richiesto dai manifestanti. Da parte loro questi ultimi non intendono ritirare la loro protesta pacifica fino a quando il governo non considererà le loro richieste.

In una recente intervista a un programma televisivo americano di approfondimento politico, Zooming in, Steve Bannon, ex chief-strategist della Casa Bianca e frequentatore di Hong Kong per motivi di business, ha enfatizzato l’eccezionalità della manifestazione popolare di Hong Kong: in una città in cui l’etica del lavoro e dell’economia è direttamente proporzionale ad una sorta di apatia politica (“you can’t get a more apolitical person in the whole world than in Hong Kong”), secondo Bannon, il coraggio, l’intelligenza e la disciplina dell’azione dei giovani dimostranti ha sorprendentemente risvegliato il desiderio di partecipazione politica della popolazione adulta.

Certamente coraggio, intelligenza e disciplina sono caratteristiche dell’iniziativa politica di Joshua e dei suoi compagni: coraggio di chi prende una posizione pubblica non allineata alle posizioni di governo rischiando nel migliore dei casi il carcere; intelligenza di chi passa dal movimento di piazza alla costituzione di un partito; perseveranza di chi, nel corso degli anni, non senza errori o momenti di sconforto, ha contribuito a generare un risveglio della coscienza politica della gente di Hong Kong. Da Bannon era lecito forse attendere, tuttavia, qualche parola sulla ragione del coraggio, intelligenza e disciplina di Joshua e compagni.

A tale riguardo è significativa un’intervista, contenuta nel documentario disponibile su Netflix dal titolo Teenager vs. Superpower, nel corso della quale Joshua afferma: “La cultura dominante e i professori ci insegnano che, se diventiamo dottori o consulenti o perfino direttori di banche di investimento allora avremo successo e futuro. Invece di demandare alla società la definizione di cosa sia il successo, perché non ci chiediamo ‘Cosa ha valore per me? Cosa è importante per la mia società?’”. Quello che ci saremmo aspettati che Bannon almeno menzionasse, è il bisogno di libertà, di pensiero, per esempio, che orienta coraggio, intelligenza e perseveranza di Joshua, libertà che egli ha sentito minacciata da un autoritario status quo.

Nell’assecondare il suo bisogno di libertà, Joshua con i suoi amici si è ritrovato a condurre una protesta inimmaginabile contro la più grande dittatura del mondo. Col rispettare un ordine morale al di là dell’odierno imperativo politico di avere “successo qui e ora”, Joshua accetta i sacrifici che la sua lotta per una società più giusta gli impone: ad esempio, scontando la detenzione in prigione per aver promosso assemblee definite dal governo “illegittime”. Autoironico e simpatetico con gli amici, chiaro e perentorio in pubblico, Joshua è animato da un idealismo “innocente”, come è stato definito da alcuni, che ha catalizzato, risvegliandola, una passione per la libertà e per la giustizia che era sopita in tanti suoi concittadini. Al di là delle ovvie manipolazioni di quello che sta avvenendo (secondo la Cina i manifestanti sono sobillati da potenze straniere, America in primis) tale risveglio morale è la corrente profonda che ha generato un’ondata di partecipazione politica senza precedenti nella vita di Hong Kong.

Coi tempi che corrono, provocatoriamente, e forse un poco grossolanamente, potremmo chiederci: perché non ci sono Joshua in Italia oggi? Perché non ci sono giovani in prima linea nel dibattito politico? Qualcuno, altrettanto provocatoriamente, in modo tranchant, potrebbe rispondere in quattro parole: “Siamo una società anziana”. Magari uno storico o chi ha un incipiente, forse un po’ ingenuo, interesse per la geo-politica potrebbe integrare questo punto di vista citando il classico lavoro di Samuel Huntington che, con riferimento alla fine del XX secolo, asserisce: “I mutati equilibri demografici e una percentuali di giovani superiore al 20 per cento della popolazione complessiva spiegano molti dei conflitti tra civiltà [o all’interno di una stessa civiltà, ndr] di questo fine secolo” (Lo scontro delle civiltà). 

Qualcun altro, invece, potrebbe rispondere alla succitata domanda da un punto di vista più strettamente politico, ovvero affermando che di Joshua, pace all’anima sua, non ne abbiamo proprio bisogno, perché noi italiani viviamo in una società che non calpesta i diritti fondamentali del cittadino ma, anzi, promuove la libertà d’espressione, le libere elezioni, eccetera. Ammesso ma non concesso che questo giudizio sia pienamente condiviso o condivisibile, si potrà però convenire sul fatto che, per quanto si voglia rimarcare l’effettiva democraticità della nostra democrazia parlamentare, l’ascesa di Lega e M5s è legata ad una crisi del sistema di rappresentanza politica nel nostro Paese, ovvero a quello strappo tra interessi del Paese e interessi dei rappresentanti del Paese che i partiti anti-sistema si sono tempestivamente e abilmente proposti di ricucire. Tali partiti, e legittimamente, hanno insistito sull’autoreferenzialità della classe politica della Seconda Repubblica più incline a fare i propri interessi che gli interessi dei cittadini. In particolare il Movimento 5 Stelle con volti nuovi e nuove piattaforme di dialogo con l’elettorato è sembrato costituire un’alternativa al sistema politico della Seconda Repubblica: “finalmente ci rappresenta qualcuno” – tanti hanno pensato – “estraneo agli intrallazzi della politica, dunque puro, e perfino giovane”.

Alla domanda provocatoria di cui sopra qualcuno risponderebbe forse che, mutatis mutandis, proprio i membri del partito 5 Stelle sono stati “i nostri Joshua”. Al contrario, i quattordici mesi del loro governo sono lì a dimostrare che non basta essere giovani, o non aver avuto frequentazioni politiche fino al giorno prima dell’elezioni, o appellarsi alle forme di democrazia diretta promosse dalle piattaforme social, per non allinearsi con quella politica che si era inteso smantellare: una politica ossessionata dalle scadenze elettorali a breve termine; una politica così calcolatrice da mettere tra parentesi la necessità di governare il paese.

D’altra parte, in un momento storico così delicato, non si può a priori escludere o, in altro senso, è lecito auspicarsi che la neonata alleanza giallo-rossa sia un’opportunità attraverso cui i membri dei 5 Stelle possano diventare quello che dicono di essere, ovvero un partito a servizio degli interessi dei cittadini italiani. Qui ritorna l’importanza di Joshua o di chi condivide con Joshua, ovunque viva, qualsiasi cosa faccia, il medesimo impeto ideale, la medesima passione per la libertà e la giustizia: perché sono tali persone a innescare la rinascita morale nel tessuto sociale di un Paese, rinascita di cui la politica necessita giorno per giorno, generazione dopo generazione, per non ripiegarsi su se stessa accecata da interessi particolari bensì, al contrario, per perseguire il suo cammino verso una società più giusta.

Come scriveva Vaclav Havel, “Do la precedenza ad una politica che nasce dal cuore e non dagli slogan… Un elettricista con il cuore al posto giusto può influenzare la storia di un’intera nazione”. Richiesto di spiegare questa considerazione alla fine della sua carriera politica il due volte presidente della Repubblica Ceca affermò: “Resto di questo parere ancora oggi […] ho avuto innumerevoli occasioni di convincermi di come sia importante, anche in condizioni democratiche, che la politica non sia la pura tecnologia del potere ma un vero servizio ai cittadini, un servizio per quanto possibile disinteressato, fondato su determinati ideali, che rispetti un ordine morale sopra di noi, che tenga presente gli interessi a lungo termine del genere umano e non ciò che piace all’opinione pubblica in un dato momento, un servizio che si rifiuti di interessi particolari o fini pragmatici dietro ai quali in fondo, si nasconde un’unica cosa: la volontà di mantenere ad ogni costo la poltrona” (Un uomo al Castello).

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