LETTERA DI UN NEGOZIANTE/ “Se il dl Cura-Italia non cambia, le microimprese chiudono”

- Lettera firmata

Il decreto “cura Italia” del governo ha adottato misure del tutto inadeguate, dice un piccolo imprenditore del settore moda. Ecco perché

Negozi chiusi
Negozi chiusi (LaPresse)

Gent.mo direttore,

allo scopo di consolidare o rivedere le convinzioni maturate in queste ore a proposito del decreto “cura Italia” del Governo, come titolare di una microimpresa con un negozio del settore moda, ho voluto consultare ancora una volta il mio commercialista sperando in chiarimenti per i quali lo avevo sollecitato già in precedenza.

La sua risposta, tra il serio e il faceto, è stata: “L’unica cosa che so è di non sapere… Sono proprio ora in una diretta streaming della durata di 6 ore con l’ordine dei commercialisti. Siamo alla seconda ora e posso dirti che nemmeno loro ci stanno capendo molto”. Ieri nel tardo pomeriggio ho telefonato al mio valente e solerte consulente del lavoro per capire se la mia impresa può accedere o meno alla cassa integrazione. La sua risposta è stata: “Scusami ma sono a pag 25 del decreto, sto cercando di capirlo, ti faccio sapere al più presto”. Sono passate più di 24 ore e ancora non mi ha chiamato; certo non per pigrizia.

Tutto ciò può dare plasticamente la misura del problema.

Ciò che so è frutto delle mie ricerche sul web, ma è evidente che non vi siano certezze. E questo è già un gran bel problema. La questione è fumosa ed ampia, difficile non debordare nella sterile polemica. Mi limiterò ad alcuni dati dal mio piccolo ma concreto osservatorio che evidentemente sfuggono ai più, sperando con ciò di contribuire ad una maggiore consapevolezza della posta in gioco.

Prendiamo un pezzo della realtà economica italiana: il settore moda, abbigliamento, calzature e accessori; a conti fatti proprio un bel settore. Proviamo a contare quanti negozi sono coinvolti solo nella nostra zona e consideriamo la totalità dei punti vendita per tutta la lunghezza dello Stivale. Ci si può fare un’idea “spannometrica” di quanto sia ampia la popolazione coinvolta. Ma questa è solo la punta dell’iceberg. Immaginiamo poi di moltiplicare il numero dei negozi per il numero dei suoi dipendenti, verrà fuori un numero assolutamente ragguardevole. Se infine esaminiamo le aziende fornitrici di tutti i negozi e lo moltiplichiamo per dipendenti e titolari, viene fuori un popolo.

Cosa sta succedendo? Accade che il Governo ritiene, magari a ragione, di dover chiudere tutte le attività non necessarie, dunque tutti i negozi del settore. Va da sé che in queste imprese non vi siano più entrate mentre non cessano le uscite. Servirebbero delle misure di sostegno. A fronte di misure per il mio settore assolutamente non adeguate alla gravità del momento, la domanda è: ma questi sanno come funziona un’impresa e nello specifico un’attività commerciale? Parrebbe proprio di no.

E allora: come opera il 99% delle attività commerciali? Dai provvedimenti non presi è evidente che si ritiene che un’impresa detenga di suo un cospicuo capitale e lo investa nell’acquisto delle merci che poi rivenderà. Non è così. L’impresa acquista le merci che paga di norma dopo 30-60-90-120 giorni. Quindi: acquista e vendendo paga fornitori, utenze, affitti, dipendenti, contributi, Iva, tasse e finanziamenti.

Cosa accade dunque se un’attività chiude per 15-30-45-60 giorni? Il rubinetto si chiude mentre il secchio rimane bucato e presto si prosciuga. Tradotto: le aziende rimangono senza liquidità, vanno in sofferenza immediata e chiudono a stretto giro. Qualcuno dopo 15 giorni, altri dopo 30, i più virtuosi dopo 3 mesi o poco più. Idea: andiamo in banca e chiediamo un finanziamento per superare il momento! Peccato che le banche stanno chiudendo i rubinetti, proprio in queste ore in cui servirebbe maggior apertura alle imprese.

Aggiungo che lo scenario, di cui sopra, accade in un momento di crisi del settore che si trascina ininterrottamente dal 2007-08 circa. Molte aziende erano già sul filo del rasoio e si reggevano a fatica.

Torniamo alle moltiplicazioni di fantasia. Quanti tra titolari e dipendenti saranno interessati al triste scenario che sembra delinearsi? Un piccolo esempio: io e i miei 3 dipendenti moltiplicato per il numero di familiari; se salta la mia impresa vanno in crisi 15 persone. Una proiezione a livello nazionale può dare la misura di quanto sia seria la situazione.

Cosa ha pensato il Governo a sostegno di un comparto così ampio e cruciale per la nostra economia? Rinvii inutili di certe imposte e pannicelli caldi di varia natura. La comune percezione è quella di uno Stato che ci sta abbandonando a noi stessi. È una scelta folle e irresponsabile, ma è una scelta.

Conte dà per scontato che ogni impresa abbia riserve finanziarie per pagare dipendenti e contributi pur in assenza di incassi prolungati. Egli ritiene altresì che ogni piccolo imprenditore, fra cui molti di start-up recenti, abbiano risorse proprie che consentano loro di mangiare senza incassare. Presume poi che si possa chiudere un’impresa senza giocarsi credibilità, affidabilità in banca, capitali propri, possibilità di un nuovo lavoro; come fosse il gioco del Monopoli.

Si parla di sostegno da 600 euro a circa 300mila partite Iva, in questo caso non riguarda il mio settore. E per le altre? Autorevoli esponenti hanno ipotizzato il “click day” in cui chi prima clicca vince il sostegno, gli altri: peggio per loro.

Che dire poi rispetto alle somme complessive stanziate, 10-20 volte inferiori a quelle dei nostri partner/competitor europei?

Dare giudizi in queste ore è come sparare sulla Croce Rossa. Meglio confidare in un aggiustamento in corso d’opera.

È incredibile, infine, constatare che chi ha contribuito enormemente ad ingigantire il dramma (“non chiudiamo le frontiere, abbracciamo un cinese, l’Italia non si può fermare…”), dimostrando in maniera incontrovertibile di non averci capito nulla, sia lo stesso che ora dovrebbe tirarcene fuori con un’apertura di credito illimitata a fronte di un disastro certo e di proporzioni epiche.

 Concludo ricordando che l’aver abusato #andràtuttobene è una vera sciocchezza. 

“La speranza non è la stessa cosa dell’ottimismo. Non si tratta della convinzione che una certa cosa andrà a finire bene, ma della certezza che quella cosa ha un senso, indipendentemente da come andrà a finire (V. Havel)”.  Una certezza che può venire solo da Cristo presente. Questa mi sorregge in queste ore e non vacilla nemmeno davanti agli scellerati provvedimenti del Governo.

(Giuseppe Zappasodi)







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