LETTERE DAL COVID/ Quella compagnia più concreta del dolore

- Lettera firmata

Un figlio e suo padre alla prova del Covid. E’ possibile che qualcosa di ancor più concreto e reale del dolore si insinui nella durezza della malattia? Ce lo racconta Davide Maddaloni

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Infermiere in terapia intensiva al San Filippo Neri (Foto: Cecilia Fabiano, LaPresse)

Caro direttore,

lo scrittore Charles Peguy ci ricorda che “Quando il mattino della battaglia le compagnie si svegliano e si armano nella nebbia, ognuna occupa il suo posto e attende il giorno. Devono solo attendere e tenersi pronte. Poi il caso sceglie una di esse fra tutte, e la pone al centro del combattimento”.

E cosi’ una mattina io e mio padre ci siamo trovati a combattere schiena contro schiena contro questo Virus Misterioso.

Un amico mi ha chiesto di scrivergli cosa sono stati e cosa sono questi giorni di battaglia.

Sono stati e sono un tempo di Grazia.

E lo scrivo ora, che per me, al dodicesimo giorno, non è ancora finita , lo scrivo ora che mio padre è ancora ricoverato in ospedale.

Totalmente rispettoso del dolore di tutti, che anche a me non è stato risparmiato, non posso negare di essere sorpreso di non essere “mai venuto giù” per una preoccupazione, ma di essere “crollato” per commozione.

Una commozione che non si ferma all’affetto di cui sono stato oggetto, l’invadenza dei miei amici, gli Amici di Zaccheo, può essere travolgentemente fantasiosa, ed è passata dalle sfogliatelle portate alla finestra nel giorno del “Maradona day” fino all’Eucarestia consegnata alla stessa finestra da un amico prete, per la commozione di mia madre. Perché la vita è una.

Una commozione che non si ferma nel vedere eserciti di amici, preti, monaci, suore schierati tutti ad “assaltare il Cielo” per me e mio padre.

Tutti segni, per la mia misera vita, di un Altro che si piega verso di me.

Ma occorre che questa commozione diventi ferita viva, che si dilati nelle tue giornate, dentro un’esperienza fisica. Non la coscienza di essere “ banalmente” dipendente, ma la coscienza di Uno che mi fa istante per istante e si pone con Te in mezzo alla battaglia, preferendoti, scegliendo Te. Mentre ti sussurra tutto il giorno “Non aver paura, siamo qui insieme, e ho bisogno di te, ci stai?” e in quella scelta preferenziale, sai che combatti non solo per te, ma come direbbe Peguy, “per l’intera natura”, passando notti insonni con rosario in mano mai a pregar per te, ma per tutti gli amici che lottano, perché nessuno deve essere lasciato solo.

Nessuno.

Ecco l’ultima scoperta di una preferenza che ho sentito per me.

La tenerezza che mi è esplosa per questi uomini sfiniti, toccati, sfiorati, da una malattia che prima di tutto è psicologica, che ti mangia dentro pian piano. Perché tu ti ammali e attendi, non sai cosa succederà nei successivi 15 giorni, mentre in TV la narrazione di quel che succede è lasciata ai media che vendono il terrore. La speranza non si vende cosi’ bene.

Preferito, perché scelto per essere “da questa parte” degli uomini. Potendo esser compagno di chi soffre. Potendo e desiderando intercettare e sostenere il dolore e la fatica per immedesimazione, non in astratto. Capendo tutto quello che non avevo minimamente capito al primo lockdown.

Il Signore si è reso intimo nella mia vita, come mai avrei pensato.

Rendendosi più reale e concreto della polmonite e di tutta la fatica che mi ha preso.

Continuo la battaglia con un anticipo di nostalgia di quando questa intimità con Lui mi mancherà.

Buon lavoro,

Davide Maddaloni

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