LETTURE/ Anni 80, Milano non tradì se stessa ma fu tradita

- Domenico Bilotti

La “Milano da bere” come simbolo degli anni 80, destinato a rimanere nell’immaginario; uno stereotipo che cela (bene) sfumature più profonde

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Milano (LaPresse)

La vulgata identifica gli anni Ottanta a Milano come il decennio ruggente di una megalopoli scopertasi trendy: non più le pastoie impegnate del marxismo-leninismo, ma la gioia a fiumi di una decade innovativa e godereccia. Si finisce per credere che il primo gennaio del 1980 sia iniziata una fase aurea e frivola sbocciata poi nel 31 dicembre del 1989 e stroncata in Italia da Tangentopoli e dalle stragi di mafia nel 1992-93.

Secondo questa lettura i mali del mondo e dell’economia avrebbero poi fatto terra bruciata tra l’attacco alle Torri gemelle del 2001 e la catastrofica crisi creditizia del 2008, annientando ogni scanzonata prosperità. Ma così si fa così torto sia alla complessiva riarticolazione che gli anni Ottanta imposero alle nostre categorie sedimentate, sia al capoluogo meneghino, che a quel tempo non fu affatto solo truffa e scialo, ma anche lutto e allegrie spontanee, ricerca e introspezione. Impegno, sì. Ma con codici nuovi che trasportavano (o tentavano) il meglio dei vecchi tempi nel XXI secolo. Si potrebbe dire che è più facile vedere i prodromi della “Milano da bere” nel caotico ’77 studentesco che non i suoi postumi nella fine del craxismo e nella pioggia di monetine dell’Hotel Raphael.

Fino al 1985 governa in città una giunta tutta socialista, allargata a comunisti e socialdemocratici, fino al Partito di Unità Proletaria: la guidava Carlo Tognoli, scomparso nel 2021 per complicanze da Covid-19. Per portare sotto la Madonnina lo schema del Pentapartito con l’espulsione di comunisti e sinistra di base a vantaggio di liberali e repubblicani occorrerà la seconda metà del decennio: turnover imposto più dall’evoluzione del quadro nazionale che dalla sola conta dei voti locali.

Anche il calcio non arride alla città, e bisognerà attendere addirittura a fine decennio il Milan “olandese” di Silvio Berlusconi per rifare di San Siro la Scala del calcio, il tempio del football globale. Fino all’88 il Milan si era fatto i suoi bravi anni di serie B e di mezza classifica in A. Lo scudetto precedente era del 1979: altri tempi, altra politica, altro immaginario. Ci giocava, sì, già Baresi; e ci giocava ancora Rivera, mentre Paolo Maldini era un bambino. L’Inter dei record verrà addirittura l’anno dopo.

Se guardiamo all’ordine pubblico e ai problemi di pubblica sicurezza si rafforza poi la convinzione che gli anni Ottanta siano semplicemente la continuazione degli anni Settanta con altri mezzi. In procura l’attenzione verso i reati di sovversione politica è alta; in città e in periferia agiscono gli ultimi epigoni di bande pressoché sciolte, anche in assenza di atti formali di scioglimento, insieme agli ultimi fuochi di una malavita autoctona impegnata nell’azzardo, nei reati contro il patrimonio e nello spaccio. Persino nel cinema comico l’alba degli anni Ottanta non è ancora dominata dagli yuppies lombardi, ma incassa le sue ultime repliche la commedia sexy di ambientazione prevalentemente romana. Nonostante si muovano le prime intuizioni che raccontano l’Italia cambiata forse per sempre, con la sua “capitale morale” mano a mano sugli scudi, i protagonisti di quei film non sono già i contabili, la nuova borghesia, i ragazzacci esterofili, ma studenti fuorisede, immigrati dal Sud e ribaldi del cabaret.

Anche nella musica, lo svecchiamento degli stili è lento. Nei primi Ottanta, fanno alcuni dei dischi di maggior successo di tutte le loro pluridecennali carriere gli alfieri del cantautorato del ventennio precedente. Quando Sanremo punta sui sintetizzatori, sulle vallette cotonate, sul trucco pesante, il primo effetto è tra l’incredulo e il pacchiano. Solo in alcuni campi il treno del cambiamento è già mosso. Lo è ad esempio nella Chiesa, con l’immagine pubblica davvero globale di Giovanni Paolo II; nella diocesi più grande del mondo, Martini intuisce la trasformazione culturale e sociale, ma lui stesso e prima di altri forse comprende che quindici anni a tirare per la giacchetta il Concilio Vaticano II (se rivoluzione o conservazione) non è che siano serviti molto, a parte incentivare dissidi e fratture.

Dov’è allora che avviene, sta e si vede questo cambiamento epocale? Lo annunciano le tribù metropolitane: entra in gioco l’enfasi dei paninari, più barocchi che controculturali; più “classe media divertita” che nuovo proletariato urbano giovanile. Il punk arriva in lieve ritardo rispetto al Regno Unito; gotici e nuovi romantici in appena un paio d’anni si dimostreranno meglio capaci di entrare in risonanza col melodramma domestico-cittadino all’italiana (e alla meneghina). A riprova del fatto che il West nasca prima della ferrovia ma che senza West la ferrovia non sarebbe nata, un ruolo fondamentale è offerto dalla nascente industria pubblicitaria: creativa, spiazzante, discontinua, a caccia di consumi.

La nuova decade deve rassicurare e stravolgere al tempo stesso: deve contenere le famiglie di Milano Due, le case batteria, i garage, le vacanze di Natale, ma anche la discoteca, i riflettori, le provocazioni, i phon, i soldi che girano e mai così tanto, anche grazie (o per colpa) delle politiche pubbliche di indebitamento. La composizione sociale muta, sono gli ultimi anni ruggenti del pubblico impiego, della clinica privata e del lavoro bancario. La metropolitana avvicina in un interscambio interclassista periferia e centro. Dentro la Milano da bere, c’è il Ramazzotti di fine serata per chi fa tanto l’officina quanto la vetrina. L’opposizione semantica, “Milano da pere”, è desolante e triste: l’antagonismo di un tempo o è ormai largamente parlamentarizzato (verdi, Democrazia Proletaria, qualcuno pure tra i radicali e i socialisti, con fortune elettorali modeste) o così marginalizzato da chiudersi negli squat e nelle cantine. Maggior fortuna avrà l’estremismo nelle nascenti aggregazioni del tifo calcistico: focose e belligeranti dentro e contro il circo di un calcio sempre più miliardario.

Per strano che possa oggi sembrarci e checché se ne dica, gli anni Ottanta non hanno più liberismo economico di quelli che li precedono; semplicemente vincitori e vinti, a Milano come e più che altrove, aderiscono alla fine allo stesso orizzonte di senso. E non è per forza una tragedia, ma un cambiamento, quello certamente. Milano non tradisce se stessa: la cintura urbana immensamente più grande e popolosa del suo centro storico, ma ad esso simbolicamente legata ancor di più, tra amore filiale e sindrome di Stoccolma; innovazione culturale e industria culturale sempre più operosamente, e talvolta fumosamente, connesse.

Il tradimento c’è forse nella politica, nelle arti, nella finanza, finanche in parte dell’accademia, incapaci di leggere i sommovimenti o disinteressate a farlo o semplicemente convinte che non si tratti di un redde rationem rispetto alle suggestioni di tempi, se non nuovi, diversi. Scompaiono alcuni mestieri, s’affacciano nevrosi inedite. Al finire del decennio, i ruggenti Ottanta cannibalizzatisi malinconicamente da sé, messisi in naftalina, scenderanno a patti col loro prematuro suicidio nascosto dalla fretta e dalla routine: inizieranno a scrivere il loro imperituro immaginario. Col torto di glorificarlo in blocco, senza sfumature e con troppa poca autocritica: ma questa è un’altra storia, un altro peccato.

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