LETTURE/ Assenza di legami o matrimonio? Eschilo alla prova delle Danaidi

- Sabina Carmen Alicastro

Libertà di vita, senza legami e matrimonio. Due mondi che si incontrano e si scontrano nelle figure mitologiche delle 50 figlie di Danao

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Il Partenone ad Atene (Foto dal web)

Fin dalla loro prima apparizione nella poesia greca sono state rappresentate come delle vere e proprie guerriere, esperte della caccia e della lotta. Prontamente e in modo impetuoso queste Amazzoni gareggiano davanti al signore dei fiumi, il Nilo. Non hanno nell’aspetto sembianze maschili – in quanto donne –, né propriamente femminili, perché amano correre nei boschi con i carri e si dilettano andando a caccia di fiere. Per amore della libertà, loro, le promesse spose dei cugini, gli Egizi, scappano dall’Egitto verso Argo, la terra della libertà.

Si ricorda della loro storia Eschilo, che nelle Supplici dà voce all’io delle Danaidi: “Zeus protettore dei supplici, guardi benevolo la nostra schiera”. Queste le loro prime parole. Le esuli insieme al padre chiedono al re della città, Pelasgo, in nome della loro comune discendenza argiva, di poter essere ospitate in quella terra, al riparo dalle pretese nozze dei cugini Egizi. Le donne verranno accolte in città per ossequio a Zeus, padre degli dei.

Ma ecco sopraggiungere la flotta inviata dai cugini, per riportare in patria le Danaidi, anche con la forza. Solo l’intervento di Pelasgo impedisce che i soldati trascinino sulle navi le donne. La fine della tragedia è suggellata dal canto di due semicori, uno composto dalle Danaidi, l’altro dalle loro ancelle. Il primo inneggia ad Artemide, dea della castità, il secondo ad Afrodite ed Era, le dee dell’amore e del matrimonio.

Di nuovo: libertà o amore coniugale. Si potrebbe pensare che proprio in questa parte finale della tragedia, Eschilo elabori più diffusamente e sveli agli spettatori in modo più deciso la novità, ciò che le Danaidi hanno portato con la loro venuta ad Argo: la riluttanza al matrimonio.

Con questo si arriva ai quesiti, a cui, ancora oggi, non si riesce a dare una risposta: perché le Danaidi rifiutano il matrimonio con i loro cugini? Rifiutano il matrimonio tout court oppure solo quello con i consanguinei? E quali sono le ragioni per il rifiuto?

A mio parere, quello che più temono le Danaidi è di diventare schiave della prole d’Egitto, insaziabile di battaglie; di essere prede della loro brama di potere, vera causa della richiesta di matrimonio. Gli Egizi inseguono le Danaidi come fanno gli sparvieri con le colombe; incalzano le future spose come cani da caccia. I loro soldati assediano Argo, come fossero lupi in cerca di giovenche; usano la forza e attaccano i propri avversari come ragni, serpenti e vipere. Quello che viene messo in discussione è l’atto di violenza, esercitato dai propri consanguinei. Per questo alzano preghiere alla casta Artemide, affinché non le tocchi in sorte il matrimonio di Citerea per costrizione.

Si direbbe che le Danaidi rifiutino un matrimonio coatto, in cui siano sottomesse all’uomo: che Zeus dia il potere alle donne, proprio nell’ambito in cui le donne in Grecia non ne hanno: il rito del matrimonio! Dunque le donne cominciano a parlare come gli uomini.

Non sorprende però che siano proprio le Danaidi a recitare questa battuta, perché Eschilo potrebbe aver sfruttato quella componente selvaggia e ribelle, con cui le nostre eroine sono state descritte fin dalla loro prima comparsa nella letteratura. Ma, come ricordano le ancelle, non si può sfuggire allo sconfinato volere di Zeus: tutte le donne hanno in sorte il matrimonio. E così sarà anche per le Danaidi.

Sappiamo infatti che le donne sposeranno i cugini, ma che dopo la prima notte di nozze, su suggerimento del padre Danao, uccideranno i loro mariti nel sonno. Tutte tranne una, Ipermnestra, la maggiore, che per amore al suo uomo, Linceo, disubbidirà al padre. Con queste parole la dea Afrodite suggella l’amore tra i due: “Ama il sacro Cielo penetrare la Terra, / e desiderio di nozze s’impossessa della Terra: / la pioggia infatti che cade dal fluente Cielo / rende gravida la Terra; ed essa genera per i mortali / i pascoli delle greggi e il nutrimento vitale di Demetra / e il frutto degli alberi; per mezzo dell’irrorazione nuziale / è maturato quanto esiste: dunque di queste opere io sono complice” (fr. 44 Radt).

Possiamo ricavare dalle stesse parole della dea Afrodite che l’unione tra Cielo e Terra, e fuor di metafora tra un uomo e una donna, non è mai un passaggio esistenzialmente pacifico: anzi è un incontro-scontro. Infatti, se nel verso 1 del frammento la Terra subisce l’amore e il desiderio del Cielo, nel verso 2 è la Terra che desidera il Cielo. La costruzione del verso eschileo, dunque, mette in risalto l’intreccio, e oserei dire, l’abbraccio che si crea tra i due elementi della natura. È la pioggia l’unico momento in cui Cielo e Terra si toccano, in cui il Cielo rende feconda la Terra. Il loro atto generativo li rende il padre e la madre di tutti gli esseri viventi.

Sembra quasi che ai versi 3 e 4 il poeta abbia voluto dare grande importanza a questo fenomeno naturale, delineando la sua traiettoria dall’alto verso il basso, attraverso la posizione delle parole all’interno del verso: troviamo “pioggia” come primo elemento, in seconda posizione “dal fluente Cielo” – con l’indicazione della provenienza –, e solo in fine di verso a chiudere l’immagine, in enjambement, “Terra”, che sta a indicare la traiettoria finale del percorso della pioggia. Tutto è suggellato dall’amorevole presenza di Afrodite, complice e testimone di questo matrimonio cosmico.

L’elemento acquatico ricorre nel prosieguo del mito. Le donne, infatti, dopo le seconde nozze celebrate per espiare il crimine delle prime, avrebbero aiutato la città di Argo a tornare fertile dopo un lungo periodo di siccità attraverso il ritrovamento di sorgenti d’acqua. Quella felice scoperta sarà la loro dannazione nell’Aldilà: le Danaidi, infatti, saranno costrette a riempire d’acqua un cratere forato. Solo il canto di Orfeo, sceso negli Inferi per liberare la sua Euridice, farà cessare per pochi istanti quella lenta agonia.

Se le Danaidi, dunque, avessero potuto parlare a proprio nome, si sarebbero presentate così: “la nostra natura è il fuoco, quello che accende i conflitti, ma è anche l’acqua, che rende gravida la terra. Sappiamo amare, se custodite e protette dai nostri mariti”. E così, probabilmente anche le Danaidi di Aristofane, nella sua frammentaria commedia del 420 a.C. circa, dopo aver scombinato i piani dei personaggi maschili in scena, avranno detto ai loro mariti e, in generale, agli uomini ateniesi accorsi a vederle a teatro: “Non vi preoccupate, sappiamo essere obbedienti a voi uomini… Abbiamo scherzato abbastanza, è tempo che ognuna ritorni a casa”. Questa è la vera libertà!

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