LETTURE/ Branciaroli: il mio Moby Dick tra Bibbia e Shakespeare

Al Teatro Romano di Verona va in scena, in prima nazionale, a cura del Teatro degli Incamminati il capolavoro di Melville, con tutto il suo carico drammatico e ribelle

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Franco Branciaroli (da Twitter)

Franco Branciaroli è al Teatro Romano di Verona, dal 4 al 6 luglio, per portare in scena in prima nazionale il Moby Dick di Melville, nell’ambito della rassegna dell’Estate Teatrale della città scaligera. La produzione è a cura del Teatro degli Incamminati, l’adattamento dello stesso Branciaroli, la regia è affidata a Luca Lazzareschi, che interpreta Starbuck. Il Sussidiario ha intervistato a Verona Franco Branciaroli, poche ore prima di entrare in scena.

Branciaroli, un’altra sfida impossibile: dopo I Miserabili di Hugo, un altro capolavoro della letteratura mondiale, il Moby Dick di Melville. Qualche legame tra il capitano Achab e Jean Valjean, il protagonista dei Miserabili?

No, nessuno. Achab è un personaggio feroce, cinico, malvagio. Un nietzscheano totale. Non a caso nel romanzo ricorre l’espressione dell’“eterno ritorno”, poi utilizzata da Nietzsche. Trascina tutto l’equipaggio del Pequod verso la morte, nel suo ossessivo desiderio di vendetta. Trascura la giovane moglie e il figlio. Per realizzarsi, deve odiare.

I richiami per il romanzo e il suo protagonista sono molteplici. In particolare, lei sottolinea gli influssi della Bibbia e di Shakespeare. Perché?

Per la Bibbia sono evidenti fin dal famoso incipit: “Chiamatemi Ismaele”. Ismaele è la voce narrante dell’intero libro: nella Genesi è il figlio di Abramo e della schiava Agar. Nel romanzo sarà l’unico che si salverà, sopravvive per raccontare la storia. Si salverà grazie alla bara salvagente, “cullato dal sommesso canto funebre” del mare. Alla fine, sarà la nave Rachele, che solcava erratica l’oceano alla ricerca dei figli perduti, a trarre in salvo un altro orfano. Nel puritano Melville c’è l’idea della sfida portata a un Dio da Vecchio Testamento, un Dio giudice, con cui Achab lotta come un titano, un Prometeo, un Faust, armato di una tragica hybris. Nel romanzo c’è l’eterna lotta tra la condanna e la salvezza, tra il bene e il male, che abitano dentro di noi. E poi è attraversato dal senso del mistero: nel libro ricorre spesso l’aggettivo strange, che in inglese ha un significato più ampio del nostro “strano”, significa anche sconosciuto, misterioso: strange è Fedallah, un personaggio che esercita un grande influsso su Achab. Sarà lui a predirne la morte, “ucciso da una corda”, come avverrà realmente. Tutto Moby Dick parla la lingua di Shakespeare. Achab è un po’ Lear, Amleto, ma soprattutto Macbeth. Il romanzo, inoltre, ha tutto un impianto teatrale, drammatico.

Eppure, al suo apparire, il romanzo non fu capito. In Italia venne tradotto solo nel 1930, da Pavese.

Moby Dick è un romanzo sperimentale, molto in anticipo sulla letteratura americana della metà dell’Ottocento. Fu il romanzo della nostra generazione, alla fine degli anni Sessanta, quando riscoprimmo il suo carico ribelle, la sua ricerca di senso.

(Carlo Bortolozzo)

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