LETTURE/ Cagni, poesia dell’abbandono nei fondali della memoria

- Massimiliano Mandorlo

Una frattura sotterranea, incisa nella materia della scrittura e della lingua, attraversa la poesia di Pietro Cagni e il suo ultimo lavoro “Asbestos”

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Ennio Morlotti, Paesaggio sul fiume (Adda), 1955. Particolare. Collezione Barilla, Parma

Una frattura sotterranea, incisa nella materia della scrittura e della lingua, attraversa la poesia del catanese Pietro Cagni: “l’attesa non è finita. dai vita / per compimento e sottrazione / e taglio. e vita impossibile” (p. 50). Non ci sono veri punti fermi, semmai sussulti e scatti del pensiero in questa poesia che procede per accumulo ed ellissi, sempre sul punto di esplodere ma fragile ed esile come un battito di ciglia: “dentro di me il dolore canta / come uno sguardo canta nelle ciglia / concedimi ancora / i morsi dell’aria, la trasparenza / come se fosse possibile / il nome / nascosto nella pupilla” (p. 34).

A sette anni di distanza da Adesso è tornare sempre (2015), con Asbestos – pubblicato sempre per Le Farfalle (2022), progetto editoriale del recentemente scomparso Angelo Scandurra – Cagni ci conduce tra i fondali illuminati della memoria, lì dove tra perdite e mancanze possono ancora riaffiorare segnali nascosti: “lieve, come niente appena, schiusura / il ventre che non c’è, la piega / del seno […] fammi entrare / nella tua grande fame, stanza d’acqua” (p. 41).

Quella di Cagni è una lingua dell’abbandono, ed è interessante notare questa posizione del soggetto in continuo ascolto di una voce altra, lontano dalle celebrazioni dell’io di certa poesia contemporanea. Franco Loi, poeta dell’abbandono alla voce e ai suoni dell’inconscio, nell’introduzione al suo Liber avvertiva che la poesia non appartiene mai al poeta, nel senso di un suo possesso narcisistico.

“Avviene la notte, il tempo, la lingua / dell’abbandono” scrive Cagni in questo poemetto per frammenti scolpiti sul bianco della pagina, in dialogo costante con un’alterità familiare e con un tu a cui rivolgersi in una sorta di preghiera ininterrotta. In ascolto delle innumerevoli voci che affiorano nelle zone più misteriose della coscienza, l’autore contempla l’enigma di una prodigiosa nascita che viene a visitare la sua storia privata e quella di noi tutti, come un punto sorgivo – grumo e verbo testoriano – che irrompe con la sua forza creaturale: “ti svegli, stendi le mani. nel buio / appare la schiena, nelle pieghe / e si allargano le orbite per contenerti” (p. 18). Sembra che la scrittura di Cagni proceda, come nel non finito della scultura michelangiolesca, liberando le figure dalla prigionia della materia attraverso un processo di scavo e sottrazione: “l’aria che porta il tuo corpo, attraverso / il buio, lo vedi anche tu, sei immagine / dio che mi hai dato il suo volto, dio / che mi hai tolto, muso di cane / un corpo che si muove” (p. 14).

C’è la voce di Molly e quella di Alberto dolorosamente riemersa “dal fondo buio” del respiro, ci sono quelle dei compagni di viaggio – da Betocchi e Ceronetti a Kerouac e Carver – che risuonano nei versi di Asbestos, così come quelle di chi è venuto inspiegabilmente a mancare e ora brilla da una nuova distanza, come se le ferite dell’esperienza lasciassero intravedere una nuova luce: “hai fatto un volo di tre metri, dicono / non verso il nostro cuore buio, dove / ti cercheremo / ma su, nel fondale illuminato / dove guardi adesso” (p. 52).

Asbestos – termine inglese per “amianto” ma ancora prima dal greco ἄσβεστος, “inestinguibile” – è forse l’immagine e il simbolo potente di questa situazione di allarme e pericolo, di un’idea di parola e poesia che non scenda a patti con la vita ma rimanga aperta e spalancata, in continua ricerca. Come nelle tele graffiate di Basquiat, dove parole come danger e asbestos compaiono ossessivamente su uno sfondo urbano e visionario, ecco che la poesia non compiuta di Cagni e i suoi segnali nascosti conducono il lettore ad un crinale, verso un limite inesplorato. È allora lì dove finisce la nostra idea di conoscenza che si apre l’imprevisto della poesia e un altrove ci chiama con parole remote ma familiari: “c’è tutta la città nella tua voce / anche questo si perde, la forma / dei tuoi occhi dove accadi / sei altrove, altrove, al limite / del giorno. tu” (p. 43).

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