LETTURE/ “Clero”, il senso di una scelta: dall’Iliade a Isidoro di Siviglia

- Moreno Morani

Vi sono parole che hanno completamente cambiato il significato nel corso dei tempi. La parola “clero” è tra queste

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Gerusalemme, processione cattolica nella Chiesa del Santo Sepolcro (LaPresse)

Vi sono parole che hanno completamente cambiato il significato nel corso dei tempi. La parola clero è tra queste, e se non avessimo una solida documentazione che ci attesta i vari passaggi, difficilmente saremmo in grado di recuperarne il significato originario.

Si parte dal greco klêros, che propriamente significa “sorteggio”: più precisamente klêros indicava le tessere (pezzetti di legno o sassolini o altro) per mezzo delle quali veniva eseguita l’operazione del sorteggio. Nell’Iliade, quando Ettore e Odisseo preparano il campo per il duello che deve svolgersi tra Paride e Menelao, prima misurano il terreno, poi “posero e agitarono le sorti [klêroi] in un elmo lavorato in bronzo” per stabilire chi avrebbe dovuto scagliare per primo la lancia. Poi la parola passa a indicare non solo gli strumenti o l’operazione del sorteggio, ma anche il bene sorteggiato, assumendo così il valore di “bene materiale”. In alcune località la parola ha un rilievo politico-istituzionale. Ad esempio a Sparta i klêroi (o meglio, nel dialetto locale, klâroi) erano i lotti di terreno assegnati dallo Stato ai cittadini liberi: i beni rimanevano di proprietà statale, ma erano affidati ai cittadini perché li coltivassero e attraverso i loro prodotti godessero di indipendenza economica e relativo benessere.

Gli sviluppi semantici di klêros valorizzano tre aspetti fondamentali: quello del sorteggio vero e proprio, quello del bene posseduto, quello dell’opera prestata da chi ha in possesso o in affidamento il bene. Il carattere inalienabile dei lotti fa sì che klêros si presti a designare i beni trasmessi in eredità, e la parola assume spesso il valore di “eredità”, un uso che continua e si diffonde anche nel greco biblico: nella versione greca del Deuteronomio, 18, 2, leggiamo: “Non avrà eredità (klêros) in mezzo ai suoi fratelli; il Signore è la sua eredità, come gli ha detto” (il testo originale ebraico ha naḥălā “eredità, possesso”: Israele è chiamato popolo di Dio, suo possesso e sua eredità anche in altri passi, ad es. Deuteronomio 9, 29).

Dal possesso del bene si passa poi alle funzioni esercitate dal possessore (o consegnatario) e poi, con ulteriore passaggio, alla persona stessa che le esercita. Questi passaggi li cogliamo, più che nei testi letterari, in quei documenti che maggiormente rispecchiano le trasformazioni del greco parlato, come i papiri e le iscrizioni. Due passi del Nuovo Testamento illustrano questi progressivi cambiamenti. In Atti 1, 17 dopo la Resurrezione Pietro parla di Giuda e afferma che questi “era stato annoverato tra noi e ricevette la sorte (klêron) di questo ministero”: qui klêros non indica un sorteggio, perché la scelta degli Apostoli non era avvenuta con questo metodo, ma l’acquisizione di una condizione, messa in rapporto a un ministero (diakonía). Nella I Lettera di Pietro l’autore esorta gli anziani (presbýteroi) con queste parole (5, 2-3): “pascete il gregge di Dio che vi è affidato, (…) non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate (klêros), ma facendovi modelli del gregge”. L’interpretazione è difficile e discussa, ma la triplice distinzione fra anziani, clero e gregge sembra descrivere una diversità di ruoli e di funzioni, per cui il clero, affidato ai presbiteri, ha una posizione speciale rispetto all’insieme del gregge.

In un’iscrizione trovata in Macedonia e risalente al II secolo viene citato “l’episcopato Benedetto della santa chiesa di Anfipoli e il clero della stessa, amato da Dio”. Rapidamente dunque nel linguaggio cristiano klêros passa a indicare persone che hanno istituzionalmente una posizione particolare nella comunità dei fedeli, contrapponendoli al popolo o laós (il laicato).

Nel latino dei cristiani la parola viene ripresa nella forma clerus. Da clerus è tratto l’aggettivo clericus “pertinente al clero”. Secondo la definizione che ne dà sant’Isidoro di Siviglia (VI- VII sec.) vengono detti clerici coloro che sono ordinati nei gradi di un ministero ecclesiastico (omnes qui in ecclesia Christi deserviunt). In un passaggio dell’Epistola a Nepoziano, san Gerolamo, esortando il clero che serve la Chiesa di Cristo a essere degno del suo nome, aveva scritto: “si chiamano clerici perché vengono dalla scelta del Signore (sors, l’equivalente latino di klêros nel senso originario)”, definizione poi ripresa e fatta propria anche da Isidoro (Propterea ergo dicti clerici, quia de sorte sunt Domini).

In italiano clero è voce dotta, mentre una voce di uso più comune si ha nel derivato chierico (il discrimine per stabilire la differente circolazione della parola è dato dall’evoluzione del nesso consonantico, cl- in voci dotte come clamore, accludere, ch- in voci popolari come chiamare, chiudere). I primi vocabolari della Crusca preferiscono la forma cherico, coi derivati chericale e chericato, mentre chierico è indicato come forma secondaria (in testi dell’italiano antico si trova anche chierco, cherco). Per una singolare contraddizione della lingua, il principale derivato di chierico non viene modellato direttamente su questa forma, bensì sulla forma dotta: clericale, voce non priva di risonanze negative, come nota già il vocabolario di Tommaseo-Bellini (1861).

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