LETTURE/ Cristiani oltre il ghetto: la lezione umana e politica di Gabriele Kuby

- Vincenzo Sansonetti

La sociologa e saggista tedesca Gabriele Kuby aiuta a scoprire come sia ancora possibile per i credenti una presenza incisiva e non rinunciataria

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Roma, catacombe di San Pietro e San Marcellino (LaPresse)

“Si possono trovare buone ragioni per ogni cosa”, scrive Friedrich Hegel nelle sue Lezioni sulla storia della filosofia. “In questo modo sono stati giustificati i più gravi crimini, omicidi, tradimenti… Ciò che di male nel mondo è accaduto a partire da Adamo è avvenuto per ottime ragioni”. Le riflessioni del pensatore tedesco sono di estrema attualità, in un’epoca come quella in cui viviamo in cui “sofisti altamente istruiti” ci spiegano che l’aborto è giustificato “per tutelare la libertà di scelta e il benessere della madre”, l’eutanasia “per liberare dalla sofferenza”, il concepimento artificiale “per esaudire il desiderio di genitorialità di coppie che non possono procreare”, e così via.

Sono alcune delle tante, stimolanti affermazioni contenute nel saggio Christliche Prinzipien des politischen Kampfes, da poco tradotto ed edito da Ares col titolo In politica da cristiani. Criteri & princìpi. Autrice la sociologa tedesca Gabriele Kuby, convertita alla fede cattolica in età matura e già nota al pubblico italiano per i libri Gender revolution. Il relativismo in azione (Cantagalli, 2009) e La Rivoluzione sessuale globale. Distruzione della libertà in nome della libertà (Sugarco, 2012).

Benedetto XVI definì la Kuby “una donna coraggiosa che lotta contro quelle ideologie che, in ultima analisi, conducono alla distruzione dell’essere umano”. Il suo nuovo testo è agile, di poche decine di pagine, ma denso di acute osservazioni e arricchito di citazioni pertinenti, da sant’Agostino a Romano Guardini. La tesi di fondo è che in un tempo come il nostro, dove chi detiene il potere è sempre più determinato a edificare una società senza Dio, senza un rapporto tra Creatore e creatura, senza principi irrinunciabili né verità condivise, solo il cristiano ha una pienezza di significato e una visione di speranza: non possono esserci, infatti, salvezza e vita eterna nella scienza, nella tecnologia, negli uomini che sono convinti di bastare a se stessi.

Lo stesso Ratzinger, nella Spe Salvi, la sua seconda enciclica, rimarcava (par. 22) la necessità di un’adeguata autocritica dell’età moderna in dialogo con il cristianesimo: “Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore, allora esso non è un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo”.

Ma come è potuta accadere questa inversione di significato, per cui è bene ciò che è male ed è male ciò che è bene? In un’intervista a un mensile di apologetica l’autrice, osservando il cambiamento di costumi avvenuto in Occidente negli ultimi decenni, notava con toni un po’ apocalittici che “ogni secondo finisce un matrimonio, il divorzio genera nei bambini un trauma che dura tutta la vita, il sesso prematrimoniale è la norma, una donna su cinque è una ragazza madre, si sta diffondendo l’abuso sessuale di massa dei bambini, il matrimonio gay è un’assurdità storica, cambiare sesso un’illusione”. Denunciava anche la “sessualizzazione forzata nelle scuole” e le “strategie manipolative della coscienza” in atto nell’Unione Europea e commentava: “Le prossime generazioni avranno difficoltà a spiegare come le persone si sono perse”. La verità è che “ci si è arresi al relativismo etico, credendo di poter fare a meno dei Dieci comandamenti”. Argomento ripreso nel recente saggio, dove afferma che a lungo i credenti “si sono sentiti al sicuro sotto il manto delle strutture ecclesiali e dei partiti popolari cristiani”.

Non si è compreso che “le istituzioni erano minate dall’interno” da chi, dietro il paravento della rivendicazione dei diritti delle minoranze, aveva come obiettivo la distruzione del matrimonio, della famiglia, delle strutture sociali tradizionali. Con intelligenza diabolica sono stati utilizzati concetti di ispirazione cristiana come “libertà”, “tolleranza” , “giustizia”, “diversità” per imporre una visione del mondo totalmente agli antipodi. Libertà per il cristiano non è un arbitrio sfrenato ma aderire in coscienza al disegno di Dio; tolleranza non significa rinunciare a costruire il bene e riconoscere la verità; giustizia non è eliminare le differenze ma rispettarle; diversità è una caratteristica del Creato, non l’alibi per giustificare l’abolizione di ogni ordine e valore nelle scelte sessuali. Per la Kuby “la salvaguardia delle norme morali è stata criminalizzata” e avvertire dei “rischi spirituali, psicologici e sociali” legati a un comportamento trasgressivo, è stato giudicato dalla mentalità dominante una discriminazione inaccettabile. La conseguente “continua diffamazione della Chiesa” ha spinto un numero crescente di cristiani, semplici fedeli ma anche membri della gerarchia, “alla rinuncia a professare la loro fede in Dio”. Per lo meno pubblicamente, “per non apparire invadenti, visti con sospetto ed emarginati”.

La situazione che si è creata è stata definita da un giurista ebreo, Joseph Weiler, “ghettizzazione volontaria dei cristiani”. Se nella vita sociale si nasconde di essere cristiani, questo – sostiene la studiosa tedesca – equivale ad accettare di essere rimossi dallo spazio pubblico. Rinunciare alla responsabilità di costruire la società e il futuro secondo criteri di dignità umana, giustizia e libertà, nella loro accezione autentica, ha fatto sì che “il potere di trasformazione sociale” sia passato “nelle mani di gruppi che perseguono altri scopi”, come l’autonomia assoluta dell’individuo, la dissoluzione delle norme morali, i reiterati tentativi di “ottimizzare la vita umana” a costo di sacrificare i più fragili: nascituri, malati, anziani. Non si può negare che vi sia stata e vi sia una certa opposizione verso questa pervasiva ideologia totalizzante, ma per la Kuby “nel complesso i cristiani non hanno creato fastidi”. Si può aggiungere che gli stessi concetti di esistenza terrena, sofferenza, morte e vita oltre la morte, legati da secoli all’esperienza di chi confessa Cristo come redentore e salvatore del mondo, sono pressoché spariti dalla concezione comune.

Come ha acutamente osservato Marcello Veneziani, la fuga in massa dal dolore che caratterizza questi tempi di pandemia, è anche la fuga in massa dal cristianesimo, il solo capace di dare un senso e una prospettiva alla sofferenza umana. Gabriele Kuby ricorda che “i cristiani vivono una doppia speranza”: la speranza nella redenzione per mezzo dell’amore di Dio e la speranza nella “ricostituzione di tutte le cose”. La vita quindi “non finisce nel nulla, né la vita personale né la storia”. Il paradosso cristiano è che dalla morte nasce la vita vera, come ci richiama con forza il tempo pasquale in cui ora siamo immersi. Dopo la morte in croce arriva la risurrezione, per ogni donna  e per ogni uomo, e penetra nella storia. È una certezza, quella della “vita che non finisce”, ben lontana dalla lugubre e burocratica contabilità quotidiana del numero delle vittime di Covid, che certo suscita sentimenti di pietà e partecipazione ma purtroppo, spesso, non va oltre. “Il nostro compito”, tornando alle riflessioni della sociologa tedesca, “consiste nel far risplendere la luce della speranza in ogni circostanza. E conclude: “Non sappiamo in che modo Dio prepari la via che condurrà dalla cultura di morte alla cultura della vita, ma confidiamo che in ogni momento può ingenerare una svolta verso il bene e la vittoria nelle battaglie politiche”.

Quest’ultima sottolineatura è la miglior risposta a chi ha criticato il saggio di Gabriele Kuby perché non chiarirebbe a sufficienza come i cristiani possano tornare da protagonisti nella vita politica. La sociologa avrebbe infatti privilegiato solo l’aspetto dell’impegno etico e della testimonianza personale. In realtà, richiamandosi ancora una volta a un concetto espresso da Benedetto XVI, il suo testo dà spazio alle cosiddette “minoranze creative”, che paiono piccole ma spesso determinano la storia, perché “chiunque è veramente toccato da Gesù apre gli occhi e diventa attivo”.

Possiamo immaginare un ritorno efficace e decisivo dei partiti e movimenti di ispirazione cristiana sulla scena europea e internazionale? Difficile dirlo. Certo, un cattolico battezzato come Joe Biden, il neopresidente a stelle e strisce, non sembra affatto ispirato nella sua azione politica dai principi cristiani, e quel che resta dei partiti popolari europei, cominciando dalle formazioni gemelle tedesche (l’Unione cristiano-democratica della Merkel e la bavarese Unione cristiano-sociale), sembra preoccupato solo di equilibri finanziari e di green economy.

Tornano alla mente le parole di John Henry Newman. Per il cardinale santo “la Chiesa cristiana, come società visibile, ha la priorità nell’esistere rispetto alle istituzioni civili che la circondano”.  E si pone nella storia con “enorme forza e influenza fino alla fine dei tempi”. Questo dà una prospettiva alla missione quotidiana a cui è chiamato ogni credente che riconosca la presenza del Signore nella sua vita.

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