LETTURE/ Da Dolet a Casiodoro de Reina, com’era rischioso tradurre (la Bibbia)

- Stefano Arduini

Tradurre può essere pericoloso. Non solo a causa di una fatwa: tra XV e XVI secolo tradurre la Bibbia costò la vita a Dolet, Wycliffe, Hus, Tyndale, van Liesvelt e altri

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Gislebertus, Tentazione di Eva (XII sec.)

Tradurre può essere a volte pericoloso. Il 14 febbraio del 1989 l’ayatollah Khomeini annunciò alla radio la condanna a morte di Salman Rushdie, autore del romanzo I versi satanici (The Satanic Verses) nel quale, secondo Khomeini, lo scrittore aveva insultato la religione islamica e il suo profeta. Si trattava di una fatwa, cioè la sentenza emessa da un’autorità religiosa, che fino ad oggi ha causato l’uccisione del traduttore giapponese del libro, il ferimento del traduttore italiano e dell’editore norvegese.

Ma quella condanna ha avuto qualche precedente più vicino culturalmente e geograficamente in uno dei periodi dell’Europa di maggiore fioritura intellettuale.

Étienne Dolet ad esempio fu torturato, impiccato e bruciato sul rogo a Parigi, accusato di ateismo per avere aggiunto tre parole a un passo sulla morte nel dialogo pseudoplatonico Assioco. Il testo d’origine diceva che dopo la morte “non sarai più” (su gar ouk ései), Dolet tradusse “tu ne seras rien du tout” (non sarai assolutamente nulla). Questo, per l’Inquisizione, rappresentava ovviamente una bestemmia e una negazione dell’immortalità dell’anima. Dolet fu arrestato nel 1542 dall’inquisitore generale Mathieu Orry e poi graziato per essere di nuovo incarcerato, a causa di una denuncia di alcuni editori concorrenti, riuscendo a fuggire in Piemonte. Nel 1544 decise di tornare in Francia dove venne immediatamente arrestato. Dopo un processo di due anni, fu condannato per blasfemia, sedizione e per aver esibito libri proibiti e dannati. Condannato a morte, fu bruciato sul rogo il 3 agosto 1546.

Anche la storia della traduzione della Bibbia è piena di traduzioni coraggiose e traduttori che misero in gioco la propria vita. La Bibbia è stata all’origine di religioni, chiese, conflitti dottrinali, imprese gloriose e ingloriose, ha dato un alfabeto ad alcune lingue e lingue a un alfabeto, ha aperto speranze e fatto sorgere incubi. Ma è sempre vissuta nelle traduzioni e nel movimento messo in moto dalle lingue. Ogni volta che qualcuno, istituzione o individuo, ha voluto chiuderla in una lettura determinata, ha preso strade inconsuete e divergenti e chi ha tradotto ha avuto un ruolo determinante in questo, mettendoci il cuore e a volte la vita.

La lista dei traduttori che hanno pagato con il sangue o con condanne le loro traduzioni non è breve.

Nel 1427 papa Martino V ordinò che le spoglie di John Wycliffe, morto nel 1384, venissero riesumate, bruciate sul rogo e sparse nelle acque di un fiume perché il discepolo dell’anticristo aveva osato tradurre, nel 1380, la Bibbia nella sua lingua materna.

Il 6 luglio 1415 a essere bruciato, vivo stavolta, fu Jan Hus, teologo e rettore dell’Università Carolina di Praga, traduttore della Bibbia in ceco. Fu una sfida diretta a quelli che chiamava “i discepoli dell’anticristo” e così Hus fu arrestato e mandato a morte per eresia. Hus oggi è un eroe nazionale per il popolo ceco, la sua figura campeggia nel monumento della piazza della Città Vecchia a Praga mentre il giorno della sua morte è festa nazionale.

Circa cent’anni dopo, nel 1536, finì sul rogo William Tyndale insieme a una lunga fila di suoi seguaci. Nel 1525 aveva pubblicato a Worms la sua traduzione inglese che portò il cardinale Wolsey a denunciarlo come eretico nel 1529. Dopo essere rimasto nascosto per diversi anni, nel 1535 Tyndale fu tradito e consegnato alle autorità imperiali del Belgio, dove fu processato e condannato per eresia. Fu strangolato e il suo corpo bruciato sul rogo.

Anche Jacob van Liesvelt, il primo traduttore olandese che utilizzò in buona parte la versione di Lutero e la Vulgata, fu accusato di eresia. Nel 1542 la sua Bibbia giunge alla sesta edizione con alcune modifiche e una serie di note esplicative con un contenuto decisamente protestante. Venne arrestato e condannato a morte nel 1545, per decapitazione questa volta. Come Hus, per i Cechi, oggi van Liesvelt è un eroe nazionale.

Ad Antonio Brucioli andò un po’ meglio: nel 1532 vide condannare dall’Inquisizione solo la sua traduzione.

Chi la scampò, ed ebbe una lunga e felice vita a dispetto dell’Inquisizione, fu Casiodoro de Reina, frate dell’ordine di San Girolamo e primo traduttore spagnolo, che per sua fortuna venne bruciato solo in effigie e i suoi libri inclusi nel’ Index Librorum Prohibitorum in un Autodafé nel 1562. Morì nel suo letto, a Francoforte nel 1594, all’età di 74 anni. Salvo. E luterano.

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