LETTURE/ Dai tropici al deserto, i detective anomali di Simenon

- Silvia Stucchi

Due opere di Simenon, “I superstiti del Télémaque” e “La linea del deserto e altri racconti” ci trasportano nel mondo affascinante e unico del grande scrittore francese

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Due sono le recenti uscite simenoniane per Adelphi che riempiranno le ore di lettura estive agli appassionati di questo autore, muscolare, certo, ma geniale: I superstiti del Télémaque e La linea del deserto e altri racconti. Il primo appartiene alla serie dei romans durs; il secondo ci porta, come dichiara la copertina gialla, associata ormai da decenni alla serie regolare dei Maigret, entro la tematica propriamente investigativa, anche se in questi racconti non troviamo la figura del commissario più amato. Anche ne I superstiti del Télémaque, però, la narrazione ruota attorno a un delitto, e a investigare, come nei racconti de La linea del deserto, non è un poliziotto o un professionista del ramo.

Altro fil rouge che lega i due volumi sta nel fatto che i tropici di Simenon non sono mai luoghi ameni, di vacanza e di divertimento, anzi: non solo sono tristi tropici, ma anche tropici insidiosi, dove è assai facile essere accoppati o trovare la morte in modo agghiacciante. I superstiti del Télémaque (Les rescapés du Télémaque) sembrerebbe, all’apparenza, sottrarsi a questa costante nella produzione di Simenon (pensiamo solo, per citare un titolo, all’inquietante e tragico Hotel del ritorno alla natura), in quanto l’azione si svolge tra Fécamp e Le Havre, in quella regione di brume e nebbie tanto cara al Nostro, nell’ambiente dei pescatori, altra costante della produzione simenoniana (pensiamo solo a I Pitard).

Eppure, le premesse della tragedia, come indica il titolo, sono da ricercarsi molto lontano: i due gemelli protagonisti del romanzo, Pierre e Charles Canut, sono infatti nati dopo la morte del padre, perito in una terribile disgrazia sul mare: al largo delle coste brasiliane, la nave su cui era imbarcato aveva fatto naufragio. I pochi marinai sopravvissuti, su una scialuppa, novella Zattera della Medusa, avevano dovuto, pur di sopravvivere, compiere un atto orribile: una volta morto il primo membro del gruppo, a cadavere ancora caldo, si erano nutriti del suo sangue.

Ed è dubbio se tale fosse stata la sorte anche del padre dei gemelli Canut, anch’egli di nome Pierre. Il profondo squarcio sul polso del cadavere parrebbe farlo sospettare, ma il più longevo dei marinai di quello sventurato gruppo, Émile Février, tornato a vivere a Fécamp dopo molti anni passati in Sud America, ha sempre sostenuto che in realtà il giovane Pierre, dopo la morte del primo marinaio, fosse impazzito e si fosse prodotto da sé quella ferita, perendo dissanguato.

Come che sia, i due gemelli sono cresciuti con una madre impazzita dal dolore, e Charles, quello più posato, pacato, intelligente, aveva sempre dovuto sostenere e proteggere il fratello, aiutarlo a studiare per conseguire il brevetto nautico, ed era sempre vissuto, debole e malaticcio, all’ombra di Pierre, più energico, amato da tutti, stimato dal suo armatore e dai suoi compagni d’imbarco.

Ecco quindi che quando Février viene assassinato, Pierre, che gli ha fatto visita la sera del delitto, diventa il primo imputato, e viene arrestato, nello sdegno generale della comunità. E Charles, che si è sempre fatto in quattro per il fratello, comincerà, senza molto successo, a indagare autonomamente, arrivando all’osteria di una donna equivoca, Emma, poco lontana dalla dimora di Février; inoltre, scoprirà anche che la moglie di Février, da cui egli non ha mai legalmente divorziato, è sbarcata in Francia dal Sud America e, insieme al suo convivente, alloggia in una città non lontana. Senza contare che la moglie di Février è anche sorella dell’imprenditore edile nel cui cantiere, in una bicocca di cui gli è stato gentilmente concesso l’uso, passa le notti Paumelle, individuo senz’arte né parte, anch’egli figlio di uno dei sopravvissuti al naufragio.

In questa trama così claustrofobica, tutta giocata entro i rapporti che si instaurano in una piccola comunità ripiegata su se stessa, esplode poi la bomba del testamento: Février ha nominato erede universale – in una sorta di tentativo di risarcimento? – la vedova Canut. Sarà un testamento valido, soprattutto considerando che Février è ancora legalmente sposato? E Pierre, ne era al corrente?

La linea del deserto, invece, ci presenta una serie di racconti di ambientazione esotica: sono storie apparse in Italia a inizio degli anni Cinquanta e poi mai più ripubblicate, calate nello scenario di Panama, Istambul, in Gabon, o ambientate su un cargo che da Tahiti fa rotta verso Sydney. C’è sempre un mistero da risolvere, ma non mancano comunque retroscena amorosi, come in Un delitto in Gabon. Ambientato nella torrida Libreville, il racconto inizia quando davanti al commissario Bédavent (all’apparenza un tipo pigro all’ennesima potenza, che passerebbe le giornate a sonnecchiare sull’amaca), si presenta il signor Stil, “un’enorme massa di carne e grasso infagottata in un completo di lino bianco”.

Stil, avveduto commerciante locale, denuncia l’ennesimo tentativo di attentare alla sua vita: ancora una pallottola, sparata da chi sa chi, che egli ha schivato per puro caso. Stil, del resto, sa di essere molto invidiato, per non dire odiato, a Libreville: è troppo ricco e troppo scaltro negli affari, che sa fiutare prima e meglio di tutti gli altri commercianti. Il solo amico su cui può contare, anche per tenere compagnia alla sua bella moglie durante le lunghe assenze per motivi di lavoro, è il dottor Chauvin  …. Ma nulla è come sembra, e lo svagato e pigro commissario riuscirà a venire a capo del caso.

Un’altra particolarità de La linea del deserto è che, forse per la prima e unica volta in tutta la produzione di Simenon, troviamo una donna detective: si tratta di una giovane insegnante francese diretta in Australia, che nell’Inchiesta della signorina Doche riuscirà a risolvere l’enigma del furto di gioielli commesso ai danni di Lady Bramson, una spocchiosa aristocratica inglese, dagli appetiti sentimentali non propriamente limpidi.

Nell’indagine c’è anche una componente di orgoglio nazionale (la signorina Doche e il giovanotto con cui si è fidanzata nel corso del viaggio verso Sydney sono i soli francesi su un cargo in cui lo scarso equipaggio e i pochi passeggeri sono inglesi), ma soprattutto c’è la componente amorosa, in quanto la giovane insegnante vuole scagionare il suo fidanzato da ogni ombra di sospetto. Detective per amore, una volta tanto, in una delle più insolite avventure investigative uscite dalla penna di Simenon.

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