LETTURE/ Daniel “il terremoto”, dal carcere alla laurea: il bello di cambiare vita

- Giorgio Paolucci

Nella sua autobiografia Daniel Zaccaro, cresciuto nella periferia milanese, racconta la sua storia di cadute e riprese, fino a cambiare vita una volta per tutte

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Daniel Zaccaro (a sin.) con don Claudio Burgio

Se nasci e cresci in un posto dove il valore di una persona si misura sui giubbotti firmati, sulle donne e le automobili, sulla capacità di fare un furto o una rapina, la tua strada sembra segnata. Come sembrava segnata quella di Daniel Zaccaro, bullo di Quarto Oggiaro, periferia milanese, quartiere difficile, abitato da mille pulsioni, vite esagerate, rabbia, voglia di apparire, musica rap che grida ribellione e accusa una società che di quel posto vede solo il negativo.

Ero un bullo, un bel libro scritto da Andrea Franzoso, racconta la sua storia popolata di cadute e ripartenze. Bullo a scuola e sulla strada: a 17 anni le prime imprese per fare soldi e raccogliere l’ammirazione dei coetanei, il colpo in banca e i carabinieri che arrivano a casa per portarlo al Beccaria (il carcere minorile di Milano), l’affidamento a una comunità, la fuga, ancora rapine, ancora il carcere, le risse con i detenuti, punizioni a ripetizione, non c’è limite al peggio. Daniel “il terremoto”, lo chiamano gli agenti di polizia penitenziaria. Daniel ragazzo perso, irrecuperabile, fatica sprecata provare a cambiarlo. Ma è proprio nel momento più buio che si accende qualche luce.

Da Angela, l’educatrice, arriva un proposta che lo sorprende: “Mi sono stufata di punirti, non serve a niente. Stavolta cambiamo: ti premio. Da domani lavori con il brigadiere Stara”, uno dei più anziani in servizio al Beccaria, che lo arruola nella manutenzione: pulizie, tinteggiatura, ritiro della biancheria sporca e consegna di quella pulita, taglio dell’erba… Succede che qualcuno prova a dargli fiducia, prova a credere in lui. Daniel si sente apprezzato, perfino amato, incontra persone che immaginano per lui un futuro diverso da quello che sembrava già scritto.

Un giorno arriva un altro imprevisto: l’affidamento alla comunità di don Claudio Burgio, cappellano al Beccaria. Quel posto si chiama Kayròs, che in greco vuol dire tempo opportuno, momento favorevole. Che sia arrivato anche per lui questo tempo? Uno strano posto, dove si scommette sulla libertà prima che sulle regole, e dove quel prete vive l’educazione come un rischio, qualcosa che richiede di sporcarsi le mani più che fare prediche su come i giovani dovrebbero essere e non sono. Una sera che Daniel è in giro con i vecchi amici di Quarto Oggiaro, telefona a don Claudio per ottenere il permesso di trattenersi fuori oltre l’orario consentito. La risposta lo spiazza: “Decidi tu, ormai hai vent’anni e conosci i rischi che corri. Non posso sostituirmi a te e alle tue scelte”. E Daniel decide di rientrare. Non è questione di permessi, è questione di responsabilità. Ma cambiare testa è difficile, molto difficile.

Cerca lavoro e non lo trova, con il diploma di terza media e senza qualifica è un’impresa ardua. E allora meglio divertirsi: notti in discoteca dal giovedì alla domenica, tanto alcol, a casa alle 6 e poi a letto fino al pomeriggio. Senza farsi mancare le donne, anche due fidanzate in contemporanea. Poi una sera il fattaccio, in compagnia di Maxim, compagno di avventure e di eccessi: la lite con un giovane, calci e pugni, la fuga in moto, la volante della polizia, l’arresto, una cella a San Vittore. Ha toccato il fondo, ma l’imprevisto è ancora in agguato. Conosce Fiorella, prof di lettere in pensione, che gestisce un cineforum in carcere. Un’altra che scommette su di lui: “Sei una persona intelligente, perché non riprendi gli studi?”. Al processo viene condannato a un anno e otto mesi, pochi giorni dopo ottiene gli arresti domiciliari e per lui si riaprono le porte di Kayròs. Torna a studiare, con un gusto mai provato prima. Ha sete di verità, e a portata di mano ha la persona giusta a cui chiedere: don Claudio, uno che mai gli aveva fatto discorsi su Dio “perché prima di tanti discorsi viene la testimonianza”. “Ma sei un prete, sei chiamato a predicare. O sbaglio?”. “Lo faccio, ma senza una domanda autentica, quelle su Dio rischiano di rimanere chiacchiere oziose. Dice il proverbio cinese: quando l’allievo è pronto, il maestro compare”.

È così che Daniel si avvicina alla fede, chiede al sacerdote una Bibbia che legge con avidità, dialogano fino a tardi. Dopo la parola libertà conosce la parola responsabilità: a Kayròs si cimenta come educatore prendendosi cura di ragazzi protagonisti di percorsi analoghi ai suoi, i cosiddetti “irriducibili”. Dopo il diploma, l’università: scienze dell’educazione, un corso di laurea che sceglie avendo in mente più che qualcosa, qualcuno: don Claudio. Il 12 febbraio 2020, ad assistere alla discussione della tesi, ci sono le persone che hanno segnato la sua storia: gli amici di Quarto Oggiaro, i ragazzi di Kayròs, gli educatori del carcere. C’è pure il magistrato Annamaria Fiorillo che aveva chiesto la sua condanna e si trova davanti un’altra persona. Qualche giorno dopo, mentre gioca con i “suoi” ragazzi sul campetto di calcio di Kayròs, Daniel si rende conto che sono passati esattamente dieci anni dal primo arresto. È un nuovo inizio, la vita può sempre ripartire. Come ripete don Burgio, “non esistono ragazzi cattivi”.

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