LETTURE/ Disoccupati perché viziati: la “strana” società e l’Italia del declino

- Sergio Bianchini

Nel suo ultimo saggio “La società signorile di massa” Luca Ricolfi fa un’analisi impietosa del declino italiano individuando nei giovani il punto debole

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Siamo ricchi, dice Luca Ricolfi nel suo ultimo libro La società signorile di massa (La nave di Teseo, 2019). I nostri consumi, di massa cioè della stragrande maggioranza, sono tra i più alti del mondo, ma secondo Ricolfi la nostra definizione giusta è che siamo dei “signori”. Ma non nel senso nobile del termine, bensì nell’accezione negativa di coloro che vivevano di rendita senza lavorare. E infatti più della metà degli italiani non lavora. I poveri veri sono solo il 7% della popolazione. Meno della metà degli italiani lavora e abbiamo il numero più alto in Europa dei giovani che non fanno niente, i cosiddetti Neet. I quali, avendo spesso un titolo di studio sovradimensionato rispetto alle reali competenze, hanno un orgoglio sproporzionato e rifiutano i lavori più gravosi e meno qualificati, che ritengono umilianti.

L’inflazione abnorme di titoli di studio elevati rispetto alle reali competenze è iniziata, secondo Ricolfi, nel 1962 con la riforma della scuola media unica ed è proseguita nel ’69 con l’accesso indiscriminato all’università. Da allora i livelli tradizionali di preparazione si sono dimezzati, ma le speranze di un buon posto di lavoro sono raddoppiate. Da qui l’abbondanza di giovani nullafacenti che rifiutano lavori ritenuti dequalificanti rispetto al titolo posseduto. E i lavori “dequalificanti” chi li fa? Gli immigrati, quei 5 milioni di schiavi senza diritti che servono il giovin signore italiano.

Questa situazione, però, è possibile perché la famiglia media è ricca, avendo in genere circa 400mila euro di patrimonio immobiliare e finanziario (il top in Europa) anche se le entrate da retribuzione sono basse, pari a circa 46mila euro annui per famiglia. La prevalenza degli anziani sui giovani rende le famiglie capaci di mantenere i nullafacenti e rassicura ulteriormente questi giovani inattivi, perché l’eredità attesa è molto elevata.

La ricchezza patrimoniale della famiglia italiana è altissima rispetto ai livelli europei e quindi l’inattività dello sfaticato appare anche ragionevole, perché godersi il presente senza rovinarselo con le preoccupazioni per il futuro è un sogno antico, di cui Orazio fu sostenitore col suo carpe diem, ribadito anche in una famosissima canzone dei Nomadi sul paradiso.

Quindi tutto potrebbe tenere sia psicologicamente che economicamente se lo sviluppo economico riprendesse almeno un po’, uscendo dalla stagnazione, dallo sviluppo zero o quasi in cui siamo immersi da quasi 20 anni.

Il testo di Ricolfi è ricco di argomentazioni e di dati e periodizza lo sviluppo del diffuso arricchimento italiano, avvenuto negli anni del dopoguerra grazie al lavoro e al risparmio eccezionale di due generazioni. Dal 1945 al ’75 è stato il lavoro ad arricchire, poi dal ’75 al ’92 la rendita finanziaria di massa pagata col debito pubblico. Oggi le entrate delle famiglie derivano principalmente non dal lavoro, ma dalla rendita, dalle pensioni di vario genere, dai titoli e dalle rivalutazioni degli immobili.

Sopra questa realtà, solidamente raccontata e documentata nel solitario discorso di Ricolfi, si stende il velo della narrazione mediatica e della percezione di massa della condizione esistenziale in Italia. Ricolfi individua nel vittimismo il modo particolare con cui si è realizzata in Italia la società signorile di massa.

Cito dal testo: “Il vittimismo dilaga a dispetto dei nostri elevati standard di vita anche perché lo sostengono e lo amplificano i due racconti fondamentali con cui siamo abituati a descrivere noi stessi. Quello del Nord che fin dai tempi della nascita della Lega (fine anni Ottanta) vede nell’inefficienza, negli sprechi, nella corruzione e nell’illegalità del Sud l’origine di tutti i nostri mali. E quello del Sud, che descrive se stesso come abbandonato da tutto e da tutti, afflitto da povertà, disoccupazione, emarginazione, precarietà”. E il dualismo Nord-Sud rimane, assieme alle tensioni familiari tra chi lavora e chi no. Tensioni nazionali e familiari che hanno le caratteristiche tipiche dei dualismi psicologici e della schizofrenia.

Nel tempo libero l’ansia diffusa insita nella particolarissima condizione signorile italiana si manifesta nell’incapacità di godersi l’ozio e nel tentativo patologico di conquistare una sicurezza definitiva con il gioco d’azzardo legale e illegale, nel quale gli italiani investono una cifra altissima, spropositata, che non ha eguali in nessun altro paese.

Vi è, inoltre, una combinazione particolare tra sviluppo generalizzato dell’individualismo e nel contempo della dedizione agli altri, che si manifesta nel volontariato. Che viene fatto, in realtà, non per “amore” degli altri, ma per realizzare se stessi. Una sorprendente combinazione di opposti che Ricolfi definisce “fortunata”.

Come sarà il futuro? Per mantenere la signorilità attuale e la messa sotto controllo dei conti pubblici ci vuole un prerequisito fondamentale e cioè che il tasso di sviluppo non sia pari a zero, ma cresca fino a essere paragonabile a quello degli altri paesi con cui ci confrontiamo. E qui ormai non ci siamo. La stagnazione domina da 20 anni e non si vedono strade di ripresa della crescita.

Su questo Ricolfi è assolutamente pessimista e dà per scontato che presto inizierà, dopo la stagnazione, il declino con le sue drammatiche inevitabili conseguenze. En passant, rileva che forse il decentramento di poteri decisionali dello Stato, iniziato con la riforma del Titolo V della Costituzione, anziché favorire la crescita, abbia favorito proprio tutte le complicazioni organizzative che generano la stagnazione.

Al termine della piacevole e interessante lettura non posso fare a meno di ripetere una mia frequente considerazione e cioè che in Italia abbiamo tanti pregevoli analisti, ma siamo carenti in quanto a idee di governo e di gestione della vita pubblica.

E mi chiedo se, ad esempio, sostenendo e generalizzando il lavoro part-time come avviene in Germania e in tanti paesi europei, non si potrebbe ridurre facilmente il nostro patologico divario tra chi lavora e chi no per ridare ai giovani, senza richiedere scelte “totali” oggi impossibili, una via per entrare dinamicamente e costruttivamente nella realtà.

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