LETTURE/ Dove non sono arrivati i “no global” ci pensa il Covid

- Leonardo Tirabassi

Qual è l’effetto combinato della crisi della globalizzazione e del Covid-19? È il tema dell’ultimo saggio di Breschi, Ciuffoletti e Tabasso

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Xi Jinping con Joe Biden, allora vicepresidente degli Stati Uniti, nel 2015 (LaPresse)

Il pregio del poderoso saggio La globalizzazione imprevidente. Mappe del nuovo (dis)ordine internazionale (Effigi editore, 2020) non sta tanto nel trattare appunto della globalizzazione, della sua realtà e delle conseguenze che accompagnano qualcosa di più di un fenomeno – forse infatti ci troviamo davanti ad una trasformazione profonda che riguarda addirittura i fondamenti antropologici ed ecologici dell’umanità.

L’elemento più interessante e attuale messo in luce dai punti di vista dal filosofo Danilo Breschi, dello storico Zeffiro Ciuffoletti, del sociologo Edoardo Tabasso è rappresentato dall’incidenza che tali processi hanno provocato sulla pandemia in corso, e sugli effetti di rimbalzo che il Covid sta apportando sull’andamento del mondo.

Inizia Breschi con un’affermazione fulminante del premio Nobel nel 1998 per l’economia Amartya Sen. Il comunismo cinese, il market-Stalinism, non ammette, alla pari di tutti i sistemi dispotici, la correzione dell’errore, lo nasconde, lo nega anche a costo di pagare e di farne pagare a milioni di persone i costi terribili, come nel caso della carestia tra il 1959 e il 1962. “Sulla scia di Sen possiamo pertanto affermare che la pandemia da coronavirus è figlia del totalitarismo comunista cinese. Lo confermano i risultati di un’indagine epidemiologico-molecolare effettuata dagli scienziati dell’Università Statale di Milano su 52 genomi virali completi del patogeno, dalla quale è emersa una stima che porta a dire che ‘l’origine dell’epidemia da Sars-CoV-2 può essere collocata tra la seconda metà di ottobre e la prima metà di novembre 2019, quindi alcune settimane prima rispetto ai primi casi di polmonite identificati’ (Repubblica, 28 febbraio 2020). In altre parole: la censura totalitaria del regime cinese ha consentito l’escalation mortifera di migliaia di cittadini della Repubblica popolare cinese prima, e di migliaia di donne e uomini di moltissimi altri Paesi del mondo, Italia inclusa (e in misura massiccia), poi”. Insomma il virus girava già ed era stato scoperto nel 2019!

E questo è un lato della globalizzazione, la condivisione dello spazio con una potenza di un miliardo e trecento milioni di persone capace di produrre fake news, di abbindolare i creduloni occidentali del suo nuovo boom, notizie fabbricate ad arte, ma anche capace di censurare i dati veri della pandemia, riuscendo a tenerla nascosta al mondo libero. Occidentali che hanno esternalizzato debiti e produzioni, e quindi ben contenti di vedere comprato il loro debito statale o di essere invasi da tecnologia a buon mercato e adesso addirittura ricattati dalla necessità di acquistare prodotti biomedici dal fornitore cinese, paese in cui abbiamo esternalizzato le nostre produzioni.

Ha ragione Zeffiro Ciuffoletti: davanti al nuovo disordine mondiale con gli Usa ormai impossibilitati a proporre un’agenda razionale e autorevole, davanti ad un eventuale bipolarismo sino-americano, rimane una debole Europa rimasta “dal punto di vista istituzionale un ‘ircocervo’ con una moneta unica, per coloro che la adottarono, come espressione di un sistema federale in fieri, e con tutte le istituzioni – commissione, consiglio, eurogruppo – nelle quali ci si comportava con il diritto di veto, tipica espressione dei sistemi confederali. Ecco spiegata l’origine delle enormi difficoltà che oggi si manifestano nell’Unione Europea che sempre di più si mostra come un gigante dai piedi d’argilla”. Allora “la vera questione dovrebbe essere posta con chiarezza: vogliamo fare della Ue una confederazione intergovernativa chiarendo limiti e competenze fra gli Stati nazione e gli organi centrali? Oppure la Ue dovrà essere un’unione sovranazionale di tipo federale?”

Di sicuro, come tutti e tre gli autori sottolineano, ad uscire sconfitta – per fortuna aggiungo – è l’ideologia progressista e liberista dell’uguaglianza globalizzazione-fine della storia, sorta di volano automatico verso un presunto e mitico bene dell’umanità, iniziata con il crollo del muro di Berlino e arrivata al suo trionfo con Clinton negli anni Novanta grazie all’allargamento senza contropartite del Wto alla Cina, con la fine negli Usa della separazione tra banche commerciali e di investimento. Tutti fatti che hanno portato alle crisi di oggi, compreso il contraccolpo del populismo-sovranismo perché la realtà resiste alle falsità dell’ideologia, irrompe dalle breccie dei muri. Come ci ricorda Edoardo Tabasso, “la “rivincita della Storia” e la “vendetta della Geografia”, concetti ispirati a Robert David Kaplan nel suo saggio del 2012 The Revenge of Geography, avvengono al di là delle preferenze, scelte e desideri degli ideologhi. Ed ecco il ritorno delle crisi locali, intese come nazionali, della geopolitica rispetto alla globalizzazione tecnologica e finanziaria.

E poi arriva la pandemia che rimette al centro non l’individuo monade, ma la comunità, gli Stati nazionali, con i confini e la sovranità. Da qui, dal progetto di costruzione di un’Europa delle nazioni riparte la sfida politica. Perché la scommessa sta nella capacità di far fronte ai problemi che emergono ad una velocità impressionante e al susseguirsi incessante di eventi a livello globale riuscendo a mantenere al contempo il sistema sociale aperto e coeso. Sperando, come ci ricorda Tabasso, che l’umanità disponga della capacità di elaborare le innumerevoli informazioni che ci giungono in tutti i momenti, ponendo in atto le possibilità d’azione e di esperienza richieste dalla complessità del mondo. E di non assomigliare, invece, “parafrasando Allan Bloom, a pastori ignoranti che vivono in un luogo dove un tempo fiorirono grandi civiltà” e che si distraggono e si trastullano “con i frammenti che affiorano in superficie, senza avere idea delle splendide strutture a cui una volta questi appartenevano”. Storia dimenticata, tracce senza significato che non offrono più nessuna indicazione sul cammino da intraprendere.

Un saggio pieno di indicazioni e riferimenti di grande interesse con due difetti, uno formale: l’utilissima e aggiornata disamina della pubblicistica forse poteva essere inserita in note per non appesantire la lettura. Il secondo, la globalizzazione ha alla sua base trasformazioni economiche e tecnologiche senza pari, se dovesse essere riassunta in uno slogan, quello più immediato sarebbe “connessione e velocità”. Non sarebbe stato male pensare ad offrire al lettore un panorama anche di queste due dinamiche.

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