LETTURE/ Farsi coraggio: da Erodoto a Plinio, cosa consola la nostra anima?

- Francesco Polopoli

Aiutarsi e sostenersi nella fatica della vita è un “topos” letterario che si ritrova in tutta l’antichità, fin da Omero ed Erodoto

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Atene, i resti dell'Acropoli (Pixabay)

Un e-book nel nome del Paraclito dell’antichità: che la cultura “susciti e consoli” non meno della fede manzoniana lo sapevamo ancor prima del Verbo grazie ad una tradizione codificata che, di certo, ha avuto modo di alimentarne lo Spirito, senza dover scomodare, con ciò, il cattolicissimo Clemente Alessandrino, che su questo tema ha tanto dibattuto, prima di incrociare l’esperienza di sant’Agostino e Severino Boezio.

Ecco tracciato, in istantanea, il filo conduttore di Farsi coraggio. Forme della consolazione nel mondo antico, per i tipi di Marietti editore: è un pregevolissimo saggio, quello di Silvia Stucchi, docente di latino nei licei e di cultura e letteratura latina all’Università Cattolica di Milano, che continua ad allargare un ventaglio sempre più lungo di studi che ben principia dall’Antiche consolazioni. Testo greco e latino a fronte (Medusa, 2007). La freschezza argomentativa merita e medita sviluppi di pensiero senza interruzione di data, indubbiamente! In sostanza, una certa letteratura capace di sollevarci nei momenti di maggiore penombra esistenziale ha il dono di un quotidiano che non scade: l’effetto vincente e convincente della classicità sembrerebbe persino “consolatorio”, scavando il senso, ed incondizionatamente, per intenderne meglio il modo!

Sì, alla lettera, potremmo finanche aggiungere, perché basta scartabellare un libro per stare in compagnia di uno che, fino a poco prima, si era lasciato imbottigliare dall’oscurità divorante della solitudine. Qui la Stucchi, come è di suo consueto, fa opera di riconsegna del presente alla memoria dei nostri Giganti. “Poter condividere le nostre sventure con un amico – commenta la nostra autrice – ha sul nostro animo un effetto, se non risolutivo, almeno lenitivo. Vale sempre la pena di ricordare le parole con cui Leopardi conclude una delle più belle Operette morali, il Dialogo di Plotino e di Porfirio: ‘Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. […] e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita’”.

Andando più indietro, come metro cronologico, la nostra saggista mette in evidenza non solo la materia consolatoria presente in Omero, in Erodoto e nei tragici greci Eschilo, Sofocle ed Euripide, ma arriva addirittura a documentare il retaggio ellenico di espressioni alquanto popolari mediate da sentenze di età medievale (non tibi soli, “non solo a te”: la morte e la perdita di una persona amata sono esperienze non peculiarmente riservate a un solo uomo, ma toccano l’intera umanità, ragion per cui non occorre trincerarsi dietro il proprio sé; “la morte come medico” con valore liberatorio; “il tempo come medico”, perché  alla lunga fa da clinico migliore, dal momento che cancella, o almeno lenisce, tutti i mali).

Successivamente vien fuori l’esperienza latina: qui i tratti, in certune situazioni, si alleggeriscono, per ampliamento drammatico (la famosa sententia secondo la quale “grande solacium est cum universo rapi”, “è una gran consolazione essere travolti nella rovina universale” è alquanto inflazionata nella produzione senecana fino a far trapelare la convinzione che le nostre pene e afflizioni un giorno si disperderanno nella generale catastrofe che cancellerà il cosmo con tutti gli esseri che lo popolano), per soddisfacimento ante mortem (è il caso di Corellio Rufo, come testimonia Plinio Il Giovane, che si è lasciato morire d’inedia,  non prima, però, di aver visto con i propri occhi la fine di Domiziano), mentre in talaltre vanno a smuovere il sentire comune  negli ostili rapporti relazionali (come in Petronio, ad esempio, in cui il pianto del cadavere di un nemico diventa consapevolezza della transitoria e triste condizione da condividere con il tutto il genere umano).

Il testo, in formato digitale, presenta un repertorio esemplificativo, brillantemente corredato da sezione bibliografica con note di approfondimento, cui segue, nella sua seconda parte, un florilegio antologico, che mi piace definire dialogo intertestuale, e che è allargato dalla studiosa e dagli autori a qualunque altro lettore rassicurante, per palese intenzione, senza omissione alcuna, me lo ha confessato la stessa Stucchi. Chi di voi intende far parte di questo convivio spirituale? Farsi animo, on line, si può, perciò, con un acquisto ed acquisizione intelligente, che non faranno mai sold out, assolutamente! Basta un gesto per gestare le gesta dei nostri Maiores, proprio così, in un semplice click.

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