LETTURE/ Fatti, immagini, parole, simboli: la Bibbia, “grande codice” dell’Occidente

- Danilo Zardin

L’ultimo numero di “Linea Tempo” trae spunto dal capolavoro di Northrop Frye per scandagliare il lascito culturale della Bibbia nella nostra cultura

brea pala ognissanti 1513 arte
Ludovico Brea, Pala di Ognissanti (1513)

Il debito con la matrice biblica che sta alla base dell’ingegno creativo fiorito nel mondo ebraico-cristiano è un dato che dovrebbe essere indiscutibile. Alcuni risvolti di questo innesto sono di una evidenza clamorosa: nessuno oserebbe ragionevolmente dubitare, per esempio, del fatto che “Dante offre nella Commedia la più grande ri-scrittura della Bibbia che un poeta abbia mai creato” (Piero Boitani, Di codice in codice, introduzione a Northrop Frye, Il grande codice. Bibbia e letteratura, Vita e Pensiero, Milano 2018, p. XVI).

Ma un gioco di rimandi continui alla lettera del Libro per eccellenza autorevole percorre come un sottofondo tenace l’opera di tanti altri giganti della cultura, anche dei secoli a noi più vicini. Senza l’ancoraggio al sostrato narrativo e sapienziale della Bibbia si farebbe fatica a comprendere non solo la proliferazione della letteratura teologico-religiosa medievale e postmedievale, ma anche Shakespeare, i grandi della poesia e del teatro spagnolo rinascimentale e barocco, Milton, gli esponenti di punta dell’“âge classique” nella Francia di Luigi XIV, Manzoni e Dostoevskij, Péguy, Claudel ed Eliot (solo per fare alcuni dei nomi di livello più elevato).

A prescindere dall’incredibile fortuna dei racconti della Genesi sulla creazione e le prime età della storia del mondo, del Cantico dei cantici o di figure paradigmatiche come Giobbe e i profeti, non è certo casuale che in un “romanzo” fantastico di travolgente successo transnazionale, quale è il libro delle avventure di Pinocchio, Geppetto finisca inghiottito in un mostro acquatico che si è preso l’abitudine di etichettare con il marchio distintivo della “balena”. Altrettanto notevole è che il ricorso alla metafora di Cristo arrestatosi alla linea di Eboli sia servito a Carlo Levi per rivestire di un emblema memorabile il suo “laico” resoconto autobiografico del confino nelle terre lucane, o che Pasolini si sia accanito proprio sul Vangelo di Matteo per esprimere il grido della sua insoddisfatta passione, intrisa di una radicalità fuori dagli schemi delle regole consolidate.

Questa tesi della trasversale potenza generativa della parola biblica, veramente ubiquitaria e strutturalmente pervasiva, è stata la grande intuizione alla base di un saggio che si è imposto come sicuro riferimento nel panorama della critica letteraria e della storia della cultura dell’ultimo dopoguerra: appunto Il grande codice di Frye, che già abbiamo citato (prima edizione: New York-London 1982). Vita e Pensiero lo ha di recente riproposto in un’elegante veste rinnovata, diventata l’occasione per un incontro da rilanciare con l’opera preziosa del critico canadese. Si tratta di andare controcorrente rispetto a tanti luoghi comuni che imperversano nella mentalità di dominio collettivo, anche se è dalla scuola e dall’università che bisognerebbe ripartire per fare spazio al capovolgimento di prospettive inaugurato da chi, come Frye, non si accontenta di fermarsi alla superficie degli esiti raggiunti, ma desidera attingere alle fonti e cogliere i significati impliciti nelle costruzioni dell’immaginario all’interno della nostra tradizione artistica e intellettuale.

L’ampiezza dei vuoti da colmare si misura guardando allo spazio irrisorio che il sistema dell’istruzione scolastica riserva alla frequentazione della Sacra Scrittura. L’epica è sempre stata spostata sul versante privilegiato dell’antico, ferma ai cliché dell’ormai languente ondata di ritorno del neoclassicismo ottocentesco (“Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta…”). E forse di Bibbia poco si discetta persino nelle ore di religione o di filosofia, preferendo passare subito alle applicazioni pratiche, alle questioni del come vivere e alle scelte etico-politiche.

Se questo è vero, a maggior ragione resta quanto mai utile rimettersi seriamente di fronte al richiamo che viene dalla rilettura anticonformista di Northrop Frye. La sua idea del patrimonio biblico come “grande codice”, arsenale formidabile di rifornimento della parola e dell’invenzione simbolica di tutto l’Occidente, è una chiave interpretativa che può aiutare a fare luce su tanti risvolti dimenticati, o anche deliberatamente trascurati, della vicenda intellettuale che porta fino al nostro presente. Va in questa direzione il dossier che inaugura l’ultimo numero della rivista Linea tempo (19/2019).

La presentazione dell’opera di Frye (con il testo delle pagine di esordio della prefazione originaria dell’autore, a cura di Massimiliano Mandorlo) è il perno intorno a cui ruotava il progetto confluito nella raccolta dei contributi. Ma nel dossier Frye non viene solo “celebrato”: lo si mette alla prova per documentare storicamente la tenuta delle sue ipotesi di carattere generale. Quello che più conta, alla fine, è vederle calate nella densità dei fatti ricostruibili scandagliando la storia della cultura e della sensibilità (non solo religiosa), sull’arco della lunga durata.

Il rapporto vitale con il retroterra biblico, accostato in contesti e con metodi che sono sempre andati decisamente al di là della pura lettura silenziosa individuale, è ripercorso fin dai suoi più remoti inizi antichi e medievali da Edoardo Barbieri. L’approccio alla comprensione del testo sacro sviluppato nel cuore della civiltà cristiana è messo a fuoco da Claudio Stercal, che sintetizza limpidamente il grande affresco di Esegesi medievale di de Lubac.

Per altro, un punto cruciale è riconoscere che il legame genetico con la Bibbia non si è assolutamente spezzato dopo il passaggio al mondo moderno: non solo fra i protestanti attaccati al principio del sola Scriptura, ma anche fra i cattolici. La Chiesa cattolica dell’età moderna non ha messo al rogo la Bibbia, ma ha lasciato aperto i canali di un interscambio ininterrotto, attraverso le immagini, la parola predicata e insegnata, il veicolo della stampa, reso disponibile con le sue enormi potenzialità di diffusione dalla rivoluzione tipografica. Anche coloro che non erano esperti di latino erano messi in grado di accostarsi ai frutti che scaturivano dal nutrimento delle fonti primarie della fede cristiana. Nel dossier lo si mostra segnalando il caso inequivocabile delle parafrasi del libro dei salmi (è il tema del mio contributo), per poi dilatare l’orizzonte alle infinite modalità di ricaduta del nutrimento biblico nella produzione letteraria, in prosa e in poesia (Ardissino), nella drammatizzazione teatrale (Zanlonghi), in un fascio poliedrico di tradizioni musicali rimaste floride fino a lambire l’età contemporanea (Mecarelli). Sia la musica, sia il teatro o gli altri generi di espressione artistica attestano la continuità di un dialogo con il “grande codice” che arriva a insinuarsi persino nelle pieghe della cultura che, a un certo punto, prende sempre più risolutamente le distanze dall’opzione cristiana e imbocca strade alternative, oppure si smarrisce nel dedalo di una ricerca senza sbocchi. Il disagio esistenziale dell’arte del Novecento è la forma estremizzata di un bisogno di radici che non riesce a eludere del tutto, nemmeno quando si fa voce polemica e derisoria, il confronto con la figura biblica suprema: quella del Figlio di Dio fatto uomo (Pignatari).

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